Un limbo metropolitano

I cittadini la mantengono con le loro tasse. Costa 600 milioni annui mal contati. Direttamente o indirettamente, è presente in 46 enti esterni dalle varie dimensioni e natura, taluni non di poco conto (per esempio, Ativa S.p.A). Che, peraltro, conosce poco (ha fatto un’indagine per verificare la loro salute finanziaria ed economica, ma con scarso successo). Dovrebbe adottare piani strategici per il governo del territorio metropolitano riguardanti le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture, piani che, a loro volta, costituiscono anche atti di indirizzo per i comuni compresi nel territorio metropolitano (territorio ex provincia di Torino). Dovrebbe anche promuovere e coordinare lo sviluppo economico e sociale del territorio metropolitano nonché, sempre in ambito metropolitano, lo sviluppo dei sistemi di informatizzazione e digitalizzazione. Relativamente ai piani strategici, qualche iniziativa sembrerebbe partita negli ultimi giorni. Però al proposito, a tutt’oggi, nel sito web si legge uno stringato comunicato: “Il Consiglio metropolitano, nella seduta del 10 novembre 2015, ha formalmente avviato i lavori per la predisposizione del Piano strategico metropolitano e del Piano territoriale generale”. Comunicato che, però, prosegue annotando: “Non ci sono documenti in questa cartella”. Qual è il soggetto in questione? La Città metropolitana di Torino.

Prendendo atto di questa situazione, è naturale che il cittadino si chieda se sia opportuno tenere in vita un soggetto così improduttivo. Ne sconsiglierebbe il mantenimento la più elementare delle teorie economiche, quella che rapporta i costi ai benefici. Se i benefici (e non soltanto quelli economici) sono pari a zero o quasi, è meglio chiudere bottega. Vero è che qui non siamo in una stretta logica di gestione aziendale. Per dare un giudizio, bisogna allargare un po’ l’orizzonte.

La Città metropolitana di Torino è stata tenuta a battesimo nel 2015 (con le consorelle di Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria) dall’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, artefice di una delle più abborracciate leggi del nostro ordinamento giuridico. La legge è la 56/2014, quella che porta il suo nome e che doveva sopprimere le Province e ridisegnare l’intero quadro degli enti locali. Queste riforme dovevano poi essere suggellate dalla “grande riforma della Costituzione”, partorita dal Governo di Matteo Renzi. Come noto, la riforma si schiantò con il referendum del 4 dicembre 2016. Conseguentemente, la riforma Delrio è praticamente abortita. Le Province continuano ad esistere, tuttavia con compiti confusi e senza soldi. Con piena ragione, ma per lo più inascoltate, rivendicano un po’ di euro per poter almeno rattoppare qualche strada e fare qualche manutenzione agli edifici scolastici che dipendono da loro. Le Città metropolitane sono finite al limbo, benché solennemente tenute a battesimo. Formalmente esistono, ma la loro ammissione al paradiso degli enti locali sembra impedita. Hanno risorse assolutamente insufficienti per poter funzionare. In ogni caso, se ne parla assai meno che dei comuni. Sembra che il Governo centrale, dopo aver fatto il pateracchio, non riconosca neppure più i figli disgraziati che ha generato. (Notizia dell’ultima ora: la “manovrina” del Governo che sta per uscire dà 400 milioni alle Province e 22 alle Città metropolitane, briciolette).

Tenendo presenti queste considerazioni, non c’è dubbio che il primo colpevole del non funzionamento delle Città metropolitane è il Governo centrale. Dovrebbe intanto essere rapidamente corretto il pasticcio della loro governance. Come. Ripristinando, in primo luogo, le regole della democrazia per quanto concerne il vertice della Città metropolitana e gli altri organi del suo governo. Per chiarezza: è fuori da ogni logica di democrazia e di buon funzionamento della pubblica amministrazione l’aver stabilito che il Sindaco metropolitano è di diritto il Sindaco del Comune che è diventato Città metropolitana. Il Sindaco metropolitano va eletto dai cittadini come tutti gli altri vertici delle istituzioni locali. Il Sindaco metropolitano non eletto dai cittadini può anche stra-impiparsi di loro poiché non deve rispondere a loro per nulla.

Inoltre, è impensabile che un Sindaco già di una grande città (Torino, Milano, Genova, ecc.) possa svolgere, proficuamente, anche la funzione di Sindaco della Città metropolitana, facendo tutte le cose che la legge gli impone (presiedere il Consiglio metropolitano e la Conferenza metropolitana, sovrintendere al funzionamento dei servizi e degli uffici e all’esecuzione degli atti, ecc.). Banalizzando, la giornata è uguale per tutti, e non si può pensare che qualcuno possieda virtù (anche fisiche) superiori per svolgere, bene e contemporaneamente, più funzioni - specie se, già di per sé, ciascuna richiede un impegno totale -. Analogamente, il Consiglio metropolitano va eletto direttamente dai cittadini e non essere emanazione di consigli comunali già esistenti. Le elezioni indirette (compresa quella del Capo dello Stato) sono espressioni di concezioni arcaiche del governo dei popoli, non certo di poteri che spettano ai cittadini. Concludendo: se lo Stato volesse fare questo, basterebbe che si ricordasse di approvare la legge prevista dalla legge 56/2014(art. 1, comma 22) per cui: “Lo statuto della città metropolitana può prevedere l’elezione diretta del sindaco e del consiglio metropolitano con il sistema elettorale che sarà determinato con legge statale”.

Tornando alla Città metropolitana di Torino, quantunque riconoscendole tutti i benefici che si possono concedere a tutte le altre consorelle (mancanza di risorse, funzioni ancora non ben definite anche in rapporto agli altri enti locali, ecc.), si potrebbe desiderare che desse segnali di vita più consistenti, tanto che i cittadini metropolitani possano percepirne almeno l’esistenza. Ad esempio, qualche aggiornamento ed elemento in più nella Sezione “Amministrazione trasparente” del sito web farebbe capire se sta operando o non operando. Diversamente, si resta disorientati leggendo il profluvio di norme emanate in materia di trasparenza dell’attività pubblica e lo si mette a confronto con le evanescenti notizie fornite dal sito della Città metropolitana di Torino.

A conti fatti, un’opera di gruppo messa in campo autonomamente dalle Città metropolitane (ad oggi 14, le 9 storiche più quelle aggiunte con leggi di regioni autonome) potrebbe forse essere ben più incisiva nei confronti del Governo centrale che non la rappresentazione delle proprie esigenze nell’ambito dei lavori della Conferenza Stato, Regioni e Autonomie locali. Lì sono troppi gli interessi da conciliare. Inoltre, la Conferenza – per fin troppo evidenti interessi politici – non ha mai svolto un ruolo di difesa delle prerogative delle autonomie locali che rappresenta. Quasi sempre si è appiattita sulle volontà dei Governi in carica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: tagli lineari ed enti locali boccheggianti.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    14:43 Mercoledì 05 Luglio 2017 sornione rin-graziano delirio

    a quell'uomo dovremmo pagare lo stipendio per non fare assolutamente nulla: è come un re mida al contrario, tutto ciò che tocca diventa m....

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