ECONOMIA DOMESTICA

Piemonte maglia nera del Nord

E' la regione che cresce meno. La disoccupazione resta alta e il pil pro capite rimane lontano dal periodo pre crisi. E ora anche l'export ha una battuta d'arresto. Per l'Ires, occorre puntare su innovazione tecnologica e qualificazione delle competenze

A PASSO DI TARTARUGA Anche l'export rallenta

L’Italia cresce meno del resto d’Europa e il Piemonte cresce meno rispetto alla media italiana. È una regione in stagnazione quella fotografata dal rapporto Piemonte Economico-Sociale dell’Ires dal titolo quasi beffardo: “Guardare oltre il presente”. Ma il futuro che si staglia all’orizzonte pare tutt’altro che roseo. Nel 2016 il pil del Piemonte è cresciuto dello 0,8 per cento, un decimale in meno rispetto alla media nazionale, la disoccupazione si attesta al 9,3 per cento rispetto a una media delle regioni del Nord di 7,6. L’occupazione è aumentata dello 0,7 per cento, poco più della metà rispetto al +1,4 per cento dell’Italia. Regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna raggiungono in media il 2%. L’export, uno degli indicatori che ha tenuto a galla la regione negli anni della crisi non tira più e nell’ultimo anno ha visto una contrazione superiore ai 2 punti percentuali, solo in parte bilanciata dall'incremento della domanda interna (+1,6%). Da locomotiva, il Piemonte è diventata l’ultima ruota del carro, non trascina ma viene faticosamente trascinato.

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Due, secondo il direttore dell'Istituto, Marco Sisti, i motivi di preoccupazione “il fatto che cresciamo meno delle altre regioni del centro-nord su tutti gli indicatori economici e che siamo lontani dai livelli pre crisi”. Per dimostrarlo basta prendere, a titolo esemplificativo, il pil pro capite del Piemonte: nel biennio 2006/2007 oltre a essere in crescita, superava in media i 31mila euro. Oggi c’è un trend positivo che dura da due anni consecutivi, ma siamo ancora sotto i 28mila euro.  Per il presidente della Regione, Sergio Chiamparino, il problema è “che cresciamo meno nei servizi più qualificati” ed è necessario puntare sulle “capacità innovative”. Un esempio, la Città della Salute “che mette insieme innovazione, sviluppo tecnologico, ricerca per trasferire il servizio sanitario sul territorio e così procedere anche a un rinnovamento occupazionale”. 

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