LAVORO & OCCUPAZIONE

Autostrade, Esposito difende il Codice

Nel giorno dello sciopero degli addetti alle manutenzioni, il senatore Pd accusa i concessionari: "Usano le nuove norme per giustificare le ristrutturazioni aziendali. E il sindacato tiene loro bordone". Venerdì incontro al Mise

Passo deciso verso il casello dell’autostrada che costringeranno a restare chiuso per un paio d’ore e sguardo rivolto al ministero dello Sviluppo Economico dove venerdì si aprirà un tavolo e, forse, uno spiraglio per l’ennesima crisi che morde ai polpacci l’occupazione in Piemonte. Erano all’incirca 800 – un quarto del totale del comparto nel Paese – i lavoratori del Gruppo Gavio scesi in strada questa mattina a Tortona per protestare contro i licenziamenti annunciati dal colosso delle costruzioni e uno dei due principali concessionari autostradali (l’altro è Autostrade per l’Italia dei Benetton) e attribuiti agli obblighi e agli impedimenti fissati dal nuovo Codice degli appalti. Solo per la provincia di Alessandria sono a rischio poco meno di mille posti di lavoro. Gavio ha annunciato gli esuberi entro la fine dell’anno.

I sindacati premono su Governo e Parlamento per una revisione del testo che fissa le nuove regole in materia di appalti. Una vertenza per molti aspetti anomala: le proteste sono indirizzate più verso la politica che non nei confronti del datore di lavoro. “È necessario che le concessionarie possano assumere presso di sé tutti i lavoratori, scongiurando i licenziamenti. Occorre, inoltre, evitare una conflittualità che porti a un prolungamento eccessivo dei cantieri, in cui devono comunque lavorare persone formate ed esperte, garantendo anche la sicurezza degli automobilisti” ha detto il segretario piemontese di Fillea-Cgil, Massimo Cogliandro. E c’era anche la politica, questa mattina a Tortona, sia pure limitata al centrosinistra. Con i lavoratori fino a pochi metri prima del casello hanno camminato anche i parlamentari del Pd Daniele Borioli, Cristina Bargero e Fabio Lavagno, il senatore di Mdp Federico Fornaro (con la portavoce torinese di Articolo Uno, Paola Bisio) che poco dopo in una nota ribadirà la necessità che “al tavolo di crisi in programma nei prossimi giorni al ministero per lo Sviluppo Economico, il Governo si faccia parte attiva per trovare una soluzione che rafforzando al massimo la cosiddetta clausola sociale, eviti che siano i lavoratori gli unici a pagare il conto della trasparenza e della concorrenza giustamente rafforzati dal nuovo codice degli appalti”. Per Fornaro “il gruppo Gavio, dal canto suo, non può sottrarsi dalle sue responsabilità sociali e deve, a sua volta, dare un contributo per la ricerca di una soluzione praticabile e condivisa”. Per la Regione, la cui distanza dalla vicenda è stata rimarcata dallo stesso Cogliandro, c’era il vicecapogruppo del Pd a Palazzo Lascaris, l’alessandrino Domenico Ravetti. Ma è una politica che esprime posizioni diverse, anche nell’ambito dello stesso Partito Democratico (rappresentato a livello provinciale, nella manifestazione, dal segretario Fabio Scarsi), su una questione che rischia di trasformarsi in “un disastro sociale” come lo preconizza Ravetti “se non si cambieranno alcune  clausole del codice degli appalti, che resta una buona legge”.

Cambiamenti che, invece, trovano la ferma opposizione di un altro esponente di spicco del Pd: il vicepresidente della commissione Lavori Pubblici Stefano Esposito che del Codice degli Appalti è stato relatore e, oggi, ne è strenuo difensore di fronte a ogni ipotesi di modifica “che riporterebbe tutto indietro, vanificando il lavoro fatto per superare logiche e pratiche contraddistinte da opacità e scarsa concorrenza che hanno segnato per decenni ampi settori dell’economia”. Un ritorno al passato, un tentativo di conservazione e restaurazione che a detta di Esposito è perseguito, in questo caso, “dal Gruppo Gavio che con il pretesto delle nuove regole introdotte dal codice vuole procedere a una ristrutturazione aziendale attraverso i licenziamenti, cercando di addebitarne la causa al legislatore”.

Un’operazione, quella descritta dal senatore torinese, “che ha trovato sponda nel sindacato, in particolare la Cgil, il quale anziché chiedere conto alla proprietà dei minacciati esuberi e affrontare il datore di lavoro sul terreno reale e concreto della questione, ha scelto di stare al suo fianco contro il governo, contro una buona legge”. Che Esposito e la Cgil, sulla vicenda, siano da tempo ai ferri corti non è una novità. “Se il sindacato vuole affrontare la questione guardando alla realtà, ovvero all’obiettivo dell’azienda di ridurre il personale scaricando la colpa sulla nuova normativa, io sono al suo fianco. Se invece si continua a non vedere o non voler  guardare la realtà…”.

La realtà, nel giro di pochi mesi, potrebbe essere quella di un colpo pesantissimo sul fronte sociale ed economico con quegli oltre mille piemontesi ad accrescere il numero dei disoccupati. “Se, come temo, Gavio vorrà porterà a termine il suo disegno di riduzione del personale, io e il Pd saremo pronti a qualsiasi intervento per impedirlo. Con ogni mezzo, esclusa la modifica del codice. Ai ricatti non bisogna sottostare”. Nessuna ipotesi di modifica del testo da parte del ministro Carlo Calenda che venerdì incontrerà i sindacati: “Il Mise affronta le crisi aziendali, non mette mano alle leggi” avverte Esposito. Il quale ribatte pure al lamentato divieto di internalizzare i dipendenti: “Nessuno vieta a Gavio di assumere i lavoratori in altre società, o direttamente nelle concessionaria, anziché licenziarli”. In questo caso resterebbe comunque il limite al 20% dei lavori eseguibili in house, a fronte dell’80% da mettere a gara. “Adesso il sindacato avanza richieste di proroghe, quando queste sono state in realtà concesse: due anni – osserva il parlamentare che spende parole positive ei confronti dell’atteggiamento tenuto dalla Regione criticata, invece, per la sua “assenza” dalla Cgil –. I primi dodici mesi li hanno passati ad attaccare il codice. Spero che i prossimi vedano il sindacato chiedere conto e garanzie al Gruppo Gavio. Nel qual caso, se lo vorranno, io ovviamente sarò con loro, ma i ricatti no”.

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