È il business, bellezza!

“Made in Italy” è un marchio di provenienza nazionale che non certifica più i prodotti industriali, la cui lavorazione è stata in gran parte delocalizzata all’estero. Oramai da molto tempo l’etichetta tricolore attesta principalmente la provenienza della cosiddetta merce immateriale. Turismo ed enogastronomia sono attualmente i settori d’esportazione in cui, più che in altri, è possibile porre ancora l’etichetta “Fatto in Italia”.

La fotografia ritraente un’Italia ricca di angoli suggestivi e di meraviglie architettoniche, incanti scampati miracolosamente alle voglie dei cementificatori, regge ancora malgrado il fiorire continuo di impattanti grandi opere e “valorizzazioni” commerciali del territorio. Il patrimonio ambientale del nostro Paese richiama, ogni anno, turisti da tutto il mondo garantendo lavoro, seppur spesso mal pagato, ed investimenti stranieri.

Delocalizzare spiagge e siti storici è, almeno sino ad oggi, difficile ma non impossibile.

L’imprenditore dell’ottimismo, Oscar Farinetti, da tempo manifesta la sua personale piena indisponibilità verso il “brutto”, magnificando al contempo le meraviglie del “bello”. I due vocaboli esprimono, naturalmente, punti di vista strettamente soggettivi (affermava Frassica: “Non è bello ciò che è bello, ma che bello, che bello, che bello) ed incarnano anche una riflessione banale riguardo al mondo che ci circonda, quel mondo che suo malgrado abbraccia anche Farinetti.

Termini quali “Bello” e “Brutto”, espressioni quasi infantili, possono riferirsi a parametri tanto labili quanto incerti (il “Bello” per un immigrato che raccoglie pomodori a Rosarno è paragonabile al “Bello” anelato da Briatore?) e tradiscono forse una profonda leggerezza del pensiero farinettiano. Leggerezza in realtà solo narrativa, come la definirebbe lo stesso patron di Eataly, poiché l’apparenza cela un grande sogno manageriale: trasformare l’Italia intera in un immenso Sharm El- Sheikh.

Il miraggio dell’ideatore dei market alimentari di lusso, potrebbe presto trasformarsi in fatto reale. Concretizzazione resa possibile, questa volta, non grazie all’ordinaria pubblicazione di un bando comunale redatto ad hoc, disegnato su misura come nel caso della concessione sessantennale dell’ex stabilimento Carpano al Lingotto, ma tramite l’aiuto della grande finanza bancaria.

Tra i sostenitori del progetto di Farinetti spicca infatti l’associazione “Italiadecide”, fondata da Amato e Ciampi. L’ente individua di continuo nuove sfide per il business. Attualmente i suoi sforzi si stanno indirizzando nella difficile lotta al turismo “mordi e fuggi”, per potersi poi concentrare sulla “adozione di ricchi” provenienti da ogni parte del nostro pianeta (Wolf Bukowski “La danza delle mozzarelle”). Nuove praterie dai raccolti fecondi si spalancano innanzi all’insaziabile mondo del profitto, e gli effetti di questo ennesimo assalto alle terre altrui non tarderanno a farsi sentire. Un nuovo concetto di delocalizzazione inizia così a farsi strada.

Il turismo si appresta a vestire, anche in Italia, abiti di lusso per ospitare le classi emergenti, ponendosi in antitesi alla sua stessa versione low cost, riservata alla famiglie che dopo un anno di lavoro non possono permettersi di spendere cifre stratosferiche per trascorrere un giorno al mare.

Resort, Spa, alberghi a 5 stelle, sorgono ovunque sterminando molta di quella “bellezza” vantata dai manager slow food, e disseminando il territorio di cemento e calcestruzzo. Il capitale dal volto umano (già social comunista chic) trasforma villaggi tipici in esclusivi alberghi diffusi, mentre le trattorie turistiche, magicamente, vengono convertite in ristoranti dai nomi blasonati e dai menù proibitivi, offerti all’attenzione di coloro che attraccano i loro yacht nel porti rinnovati dalle amministrazioni comunali (spendendo cospicuo denaro pubblico).

Cibo italico, secondo la profezia di Eataly e Coop, con cui nutrirsi in luoghi da favola dove però lavorano addetti dagli stipendi da fame e assunti tramite contratti precari. Un mondo davvero “Bello”, quello agognato dai tanti Farinetti e Briatore, che dimostra come tale parola abbia un significato puramente soggettivo. Affermazione, quest’ultima, rapidamente confutabile in aree geografiche a noi vicine, come ad esempio in Liguria.

L’ultima polemica esplosa in Riviera affonda le sue radici nel pensiero economico dei nuovi guru a Km “0”. I viaggi low cost, provenienti soprattutto da Torino, sono stati il fatto scatenante un fragoroso allarme tra i sindaci del Ponente. In sintesi i malumori hanno preso sostanza in seguito a decine di bus che nel fine settimana trasportano centinaia di persone nei pressi delle spiagge libere di Laigueglia ed Alassio.

Fazzoletti di sabbia trasformati in bolgia umana, dove un ammasso indefinito di persone si dedica a bere birra, venduta da improvvisati ambulanti, ed al lancio di palloni leggeri da una parte all’altra del piccolo bagnasciuga. Tra una rissa e qualche congestione, a terra rimangono bottiglie rotte ed una montagna di rifiuti.

Come da copione, per sindaci e gestori di stabilimenti balneari il problema alla base del fenomeno low cost non risiede nel costo giornaliero di un lettino in spiaggia, che facilmente arriva a quota 100 euro, ma nell’arrivo organizzato di tante persone “mordi e fuggi”. Contemporaneamente nessuno, tra gli amministratori, si domanda come rimediare alla carenza assoluta di spiagge a libero accesso, ridotte a minuscoli appezzamenti di ciottolato e roccia, e neppure si pone il problema di comprendere perché nessun operatore comunale le pulisca all’alba, come si usa fare nella vicina Francia (Macron permettendo).

La soluzione sembra però prossima: eliminare tutti i tratti di spiaggia libera e dare l’intero litorale in concessione a privati. Poteva anche essere il contrario, ossia aumentare la superficie da destinare all’accesso gratuito, ma questa ipotesi non è stata messa all’ordine del giorno di alcuna istituzione pubblica, né oggi e neppure lo sarà nei prossimi anni.

Oltre confine le spiagge sono in grandissima parte libere e gli stabilimenti solitamente si trovano nelle pertinenze dei grandi hotel. L’assenza di concessioni a privati non favorisce il degrado e tantomeno l’abbandono del litorale a se stesso, anzi richiama turismo ed aggregazione in ogni momento della giornata. I francesi vivono con autentica passione i loro beni comuni, e le spiagge insieme ai parchi rappresentano il legame indissolubile tra cittadini e res pubblica. E’ cura dei comuni provvedere alla pulizia giornaliera, a cui contribuisce il rispetto dei fruitori stessi. Mitterand è passato alla Storia come il Presidente che, tra le altre cose, ha cancellato le spiagge private a servizio di ville e lussuose proprietà per riconsegnarle al popolo tutto.

I beni della collettività vengono alienati dalle Istituzioni nostrane, come ad esempio il palazzo della Regione di piazza Castello, oppure dati in pasto agli speculatori di turno che ora amano mascherarsi da Robin Hood dell’alimentazione, che li sottraggono alla collettività per consegnarli ai vip d’oltreconfine.

Una delocalizzazione innovativa è alle porte, ma nulla di grave: è solamente il business, bellezza!

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2 Commenti

  1. avatar-4
    08:41 Giovedì 13 Luglio 2017 mork acuzie

    se traduce il termine 'eatitaly' comprende cosa vuol dire vivere nel paese che per combattere il iberismo dove il proletario guadagna 9000 dollari al mese, milionari di sinistra governano pensionati da 800 euro. It is not economy, it is happy decrease (with the ass of other people), baby.

  2. avatar-4
    10:54 Martedì 11 Luglio 2017 Conty In California, invece, ...

    Più che un commento voglio postare un contributo alla conoscenza della raccolta di prodotti ortofrutticoli. Sappiamo tutti quale immondo sfruttamento di persone, italiane o straniere non importa, vi sia dietro la raccolta di frutta e verdura. In California, invece, e posso affermarlo con certezza perché il nipote di una mia amica ci è andato a lavorare, le persone impiegate in quelle raccolte, oltre a vitto e alloggio, percepiscono 9.000 dollari al mese.

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