TRAVAGLI DEMOCRATICI

Fassino resta senza corrente

Dopo aver perso Torino, l'ex sindaco assiste allo sgretolarsi della sua componente interna al Pd. Tra l'agitarsi dei voltagabbana e di chi si mette in proprio lui punta allo scranno più alto del Senato

Piero Fassino stacca la corrente. In un anno di fervente attività sullo scenario nazionale al fianco di Matteo Renzi, l’ultimo segretario dei Ds ha visto, settimana dopo settimana, sfilacciarsi fino a disgregarsi la componente con cui per un lustro ha tenuto il partito piemontese, grazie al coordinamento dei  vecchi pretoriani, Giancarlo Quagliotti e Gioacchino Cuntrò, ma soprattutto in virtù del suo ruolo a Palazzo Civico e della sua capacità di garantire tutti.

A livello nazionale AreaDem, la corrente di cui è stato cofondatore assieme a Dario Franceschini è ormai appannaggio (quasi) esclusivo del ministro della Cultura, mentre “Sinistra è cambiamento”, quella lanciata alla vigilia del referendum costituzionale è finita nelle mani di Maurizio Martina. Nell’ultima direzione, con i congressi ormai alle porte, la distanza con tanti dei maggiorenti storici a lui vicini è stata evidente. E così quel “Futuro democratico”, sub componente piemontese, è sempre più una scatola vuota.

Stefano Lo Russo, che per qualche tempo ha pensato di essere il delfino del Lungo, gioca ormai una partita autonoma e, anzi, durante l'ultimo psicodramma in via Masserano, incassa la benevola “assoluzione” di Stefano Esposito sulla “mano tesa” a Chiara Appendino, dopo essere stato duramente rimproverato dal segretario Fabrizio Morri, lui sì fassiniano da una vita, almeno dai tempi in cui l’allora segretario del Pdup decise di confluire nel Pci. Una sorta di resa dei conti che neanche un politico di lungo corso come Fassino è riuscito a evitare, mentre Quagliotti, sua storica eminenza grigiastra, scuoteva la testa sconsolato come chi sa di non poter più riannodare i fili. Non solo il senatore torinese, anche un alleato “insopportabile” come Davide Gariglio ha accolto tra le sue braccia il capogruppo, sottraendolo da un processo interno (e imbrigliandolo nelle spire democristiane). La distanza di Lo Russo con l’ex sindaco, che tanto si è speso per lui anche in campagna elettorale, ormai è evidente.

Per tutti e cinque gli anni passati al piano nobile di Palazzo di Città, la grande area fassiniana, schierata prima su Pier Luigi Bersani, nelle primarie per la premiership, e poi su Renzi nella conta per la segreteria del 2013, è servita come regolatore dell’umore in un partito perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Ha accolto tanti apolidi, distribuito incarichi e prebende, sottoscritto alleanze come quella con i popolari di Gariglio e Stefano Lepri, isolato gli elementi ritenuti inaffidabili. Il tutto esercitando una forza centripeta dettata dall’autorevolezza dell’allora primo cittadino e presidente dell’Anci. La sconfitta di un anno fa ha, però, congelato molti rapporti, i congressi d’autunno certificheranno la fine di un’area nata senza un collante ideale, ma nata con il sostanziale obiettivo di gestire il potere. E ora che il potere si è sgretolato si è passati dall’ognun per sé ed io per tutti (in cui l’“io” era Fassino) alla versione ben più conosciuta dell’antica massima.

Non solo Lo Russo, anche il presidente di Palazzo Lascaris Mauro Laus, tra gli azionisti di maggioranza della corrente, soprattutto in virtù della sua forza elettorale, ormai gioca in proprio. La recente alleanza con Gariglio, che porterà alla candidatura di Mimmo Carretta (sostenuta in primis da Daniele Valle) al vertice della Federazione subalpina ha di fatto isolato i vecchi colonnelli del Lungo, i quali ora si agitano e paventano candidature alternative. Nel mezzo si muove, scaltro come una volpe, il vecchio Salvatore Gallo forte di un pacchetto di tessere tutt’altro che marginale. Finora suo figlio Raffaele si è avvicinato molto a Carretta, ma chissà cosa potrà succedere nei prossimi giorni. Intanto, in Barriera, Nadia Conticelli e Paola Bragantini scrutano il vento e radunano le truppe. La consigliera regionale, in particolare, non disdegnerebbe una corsa per la segreteria e la proposta di modifica dello statuto nazionale, avanzata in direzione da Cuntrò, per permettere anche ai membri di Palazzo Lascaris di candidarsi alla segreteria provinciale, è stata letta da molti come un avviso ai naviganti. Lei, intanto, organizza un incontro sui Trasporti con Esposito e Claudio Lubatti, quest’ultimo da giannizzero garigliano è un altro (ex) fassiniano in agitazione. Tra coloro che hanno già da tempo scelto altri lidi figurano invece il vicepresidente del Consiglio regionale Nino Boeti, il quale in passato si era fatto vedere a qualche riunione, e Giusi La Ganga, che si sono definitivamente staccati nelle ultime primarie per sostenere Andrea Orlando. E se a Torino il progressivo allontanamento dei maggiorenti locali è evidente con l’approssimarsi della conta interna, fuori dall’area metropolitana il potere fassiniano non gode certo di buona salute. Ad Alessandria, una delle roccaforti del fassinismo, la sconfitta di Rita Rossa ha mandato a carte quarantotto i piani della componente, con un Paolo Filippi tornato ad alzare i toni e l’ex sindaca che, si dice, guarda in direzione di Enrico Letta. Nel Vco, il vicepresidente della Regione Piemonte Aldo Reschigna è, invece, ormai da annoverarsi tra i chiampariniani di ferro.

Sia chiaro, Fassino resta un cavallo di razza, uno dei pochi a Torino in grado di svolgere un ragionamento politico più articolato di un tweet e il suo declino non fa che lasciarsi dietro il vuoto di un partito incapace di creare una nuova classe dirigente. E infatti lui, malgrado gli anni e un pizzico di stanchezza che affiora dopo una vita passata a lavorare senza risparmiarsi, tira dritto sempre più interessato allo scenario nazionale più che a quello locale. A chi lo interpella già si presenta come responsabile Esteri del Pd, un titolo che però, fanno notare dal Nazareno, non gli è mai stato conferito ufficialmente e chissà se prima o poi lo otterrà. Per il momento, nessuno ha osato contraddirlo, visto anche il carattere tutt’altro che accomodante dell’uomo. Il suo obiettivo resta una candidatura in Senato, si raccoglierà le preferenze una per una se è necessario perché, come avrebbe bisbigliato a qualche amico, ha già nel mirino la poltrona più alta di Palazzo Madama.

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