Primarie locali? E mo’ basta

Alcuni amici del Pd torinese hanno proposto di ricorrere alle primarie anche per la scelta del futuro segretario provinciale e, forse, anche dei segretari di circolo. Ora, come ovvio, qualunque proposta merita rispetto e considerazione e non può diventare oggetto di ironia. È pur vero che in un contesto difficile e complesso come quello del Pd locale, in particolare torinese e piemontese, ricercare strade nuove che possono favorire ed incentivare una maggiore partecipazione alla vita del partito non possono che essere salutari e positive. Purché non si cada nel ridicolo.

Ora, se c’è una priorità, tra le tante, che deve avere la precedenza assoluta per il Pd torinese resta quella di ridare autorevolezza politica alla sua guida e recuperare quel ruolo trainante che il livello torinese ha sempre avuto rispetto all'intera provincia. Un ruolo politico, programmatico ed organizzativo che non può essere confuso, almeno a mio giudizio, con la ricerca di scorciatoie regolamentari che alimentano un sicuro nuovismo ma non rispondono alla domanda di avere un partito politico con un progetto definito e un profilo riconosciuto. E allora sono almeno due gli aspetti su cui è richiesta chiarezza in vista anche dei prossimi appuntamenti congressuali.

Innanzitutto non si deve più avere “paura” del tesseramento. Certo, se dovesse proseguire la prassi collaudata dei “pacchi” si tessere, del noto intruppamento e via discorrendo allora dovremmo prendere atto che non solo le primarie potrebbero essere necessarie - anche se non cancellano del tutto questo rischio - ma si dovrebbe certificare che il tesseramento al partito diventa un elemento negativo per l’immagine e lo stesso funzionamento del partito. Certo, sono vizi antichi questi e ben noti anche nella prima repubblica. Ma, di norma, erano vizi che hanno accompagnato la fase decadente di quella stagione politica e di quei partiti. Non può essere così per il Pd.

E, in secondo luogo, forse è arrivato il momento che anche nel Pd locale, come in quello nazionale anche se in minor misura, il pluralismo interno si articoli con delle “correnti” ovviamente organizzate ma fortemente caratterizzate sotto il terreno politico e culturale. Le correnti, o le aree che dir si voglia, non sono affatto negative per un partito che si definisce plurale, democratico e socialmente e culturalmente composito. “Correnti di idee” e non “correnti di potere” si diceva un tempo. Mentre oggi si potrebbe dire più correnti politiche e meno bande più o meno organizzate.

Se così fosse il ricorso alle primarie per eleggere gli organi locali di partito sarebbe del tutto inutile nonché controproducente. Ma tutto ciò è possibile solo se la politica ritorna protagonista e centrale. Anche perché senza questa condizione politica pregiudiziale qualunque accorgimento organizzativistico o regolamentare è destinato a sciogliersi come neve al sole. È, quindi, una pura questione di volontà politica. In sostanza, basta volerlo. O meglio, è sufficiente fare quello che a parole tutti dicono.

*On. Giorgio Merlo, Direzione nazionale Pd

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