EX CATHEDRA

“Cinquestelle inadeguati e la sinistra fa solo parole”

A cavallo tra ricordi personali e testimonianze storiche, con la consueta verve l'ex ministro Forte sferza la politica contemporanea. "Ciò che propone Appendino non è quello che serve a Torino". E il Pd renziano fa "chiacchiere inconcludenti"

“Ha deciso di farti sposare Torino. Mi disse così, sorridendo, Vando Aldrovandi quando gli raccontai della lettera che Luigi Einaudi volle che firmassi impegnandomi a trasferirmi stabilmente in città e non fare la spola come altri professori che arrivavano da fuori”. È il 1961, Francesco Forte lascia incarichi già prestigiosi nelle università americane e accetta quell’offerta “a cui nessuno avrebbe potuto dire di no”, ma a pochi sarebbe stato concesso sperare di riceverla: succedere a Einaudi nella cattedra di Scienza delle Finanze. “Era la Torino della grande immigrazione dal Sud. Un giorno chiesi al proprietario se mi avrebbe venduto uno di quei piccoli sottotetti, mi piaceva l’idea di averne uno. Ma lui mi rispose: se lo vendo a lei devo mandare via le cinque famiglie che lo abitano. Rimasi esterrefatto, ma quella era la Torino di allora”.

Più di mezzo secolo dopo, sulla soglia della novantina, Forte pesca un ricordo dietro l’altro in una memoria strabiliante e con una brillantezza che pare quella descritta da chi lo ha conosciuto da enfant prodige dell’economia, ma non di meno della politica che lo vedrà negli anni della Prima Repubblica voce ascoltata anche se scomoda e talvolta irriverente, non nei modi, ma nelle teorie e nelle proposte da queste ricavate. Forte, il liberale di sinistra che mai cederà a derive keynesiane, il professore che mentre molti colleghi negli anni della contestazione si chiudono nel riccio della conservazione apre la sua stanza all’università alla nascente Lotta Continua non per adesione ma per ascoltare da liberale altre voci, l’ex socialdemocratico che per un po’ guardò al Partito Socialista torinese con assai poco interesse giacché “era tutto fatto di bande, quella calabrese quella pugliese e altre ancora e poi c’era la banda piemontese, la piccola che si occupava di organizzare le altre” e poi diventerà ascoltato consigliere di Bettino Craxi e uno dei cervelli più raffinati della corrente autonomista del garofano.

A quella memoria vividissima che si traduce in una conversazione capace di andare avanti ore senza un tentennamento, il professore che mai ha sussurrato bensì sempre parlato (se del caso, con una certa decisione) ai potenti, ha attinto a piene mani per farne quello che con autoironia – dote sempre più rara oggi – ha battezzato “il mattone”. A onor del vero (che è il titolo del saggio), a dispetto delle 448 pagine (Rubettino Editore) non lo è. È piuttosto, l’ultima opera di Forte (che di libri ne ha scritti oltre la cinquantina), una storia dell’Italia raccontata da chi l’ha vissuta a stretto contatto con il potere economico e quello politico. Dal presidente dell’Eni Enrico Mattei, al governatore della Banca d’Italia Guido Carli, da un elenco corposo di ministri fino a Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi e, ovviamente, a Craxi passando per le vicende che il Paese lo hanno segnato nel profondo – il caso Moro, la morte del banchiere Roberto Calvi e, addirittura l’oro di Dongo: c’è questo e molto altro nella lucidissima memoria dell’uomo che a tavola, in uno dei periodi più difficili per le questioni del lavoro, guardava dritto negli occhi Craxi e gli diceva “Bettino, mi raccomando la scala mobile”. E il leader socialista “bofonchiava e mi rispondeva: sì, sì, va bene”.

Un rapporto solidissimo quello con Craxi: “Scoprii più tardi che era stato un mio allievo, bravissimo. Mio padre magistrato aveva aiutato il suo papà, avvocato, affidandogli dei gratuiti patrocini. Però lui mi ascoltava e seguiva i miei consigli solo in materia di economia e anche di politica, ma quando si toccava il diritto mi diceva: tu non capisci niente. Mi avesse dato ascolto non avrebbe approvato quella riforma del processo, quei poteri eccessivi dati ai pubblici ministeri”. Sui temi cruciali del lavoro lo ascoltò. La marcia dei quarantamila a Torino, Enrico Berlinguer ai cancelli di Mirafiori, “vedrai, gli operai e la maggioranza del Paese saranno con noi al referendum” disse all’amico Bettino. Ebbe ragione.

Deputato per due legislature e per altrettante senatore, due volte ministro, la prima alle Finanze con Amintore Fanfani, poi alle Politiche Comunitarie con il primo governo Craxi, sottosegretario, Forte veniva eletto nella sua terra di origine, la Valtellina. “Una volta provarono a candidarmi in Piemonte, ma alla fine i posti erano quelli e se fossi entrato io in lista, sarebbe rimasta fuori Maria Magnani Noya. Rinunciai, lei era lombardiana, ma molto brava e poi io di Riccardo Lombardi ero pure amico anche se nel Psi stavo in un’altra componente”. Una profonda stima quella per la prima donna sindaco di Torino. L’esatto opposto del giudizio sull’ultima: “Inadeguata”. Forte non è tenero con Chiara Appendino: “La sua cultura è contraria alle esigenze di Torino che ha bisogno di spinte tecnologiche, mentre lei mi pare sia al massimo ecologica. Serve l’alta velocità e lei predica la cultura della bicicletta. Continua a insistere nel fare di Torino la città della cultura e del turismo, ma in Italia ci sono molti luoghi che hanno più carte da giocare su questo terreno. Forse Appendino andrebbe bene a fare il sindaco di Firenze, anzi di Venezia, ma non di Torino”.

Nella città che lo statista di Dogliani  gli impose di sposare, come gli disse il cognato di Giulio Einaudi (altro grande amico di Forte), il professore che suggerì a Silvio Berlusconi l’abolizione della tassa sulla prima casa, allevò una nutrita nidiata di allievi di ricerca e di politica: Giusi La Ganga, Beppe Garesio, “Franco Reviglio si accodò dopo” precisa a proposito dell’ideatore del Libro rosso degli evasori, “Un’inutile caccia al contribuente come se fosse una preda”. Anni prima con “un comunista anomalo qual era Ruggero Cominotti” e a Sergio Garavini, unico nelle federazione torinese a votare, nel 1956, contro l’appoggio del Pci all’invasione sovietica dell’Ungheria, Forte aveva costituito una società di studi e consulenze in materie economiche e urbanistiche. “Perché l’urbanistica era in quegli anni in cui si dibatteva il tema di Torino Città-Regione, era il tema cruciale per costruire il futuro”. Fu chiamato anche come esperto di finanza pubblica all’Ires, l’Istituto di ricerche economiche e sociali voluto dalla Regione. “Ma il grosso problema che a Torino non si riuscì a superare era il mancato recepimento da parte della politica di quelle idee moderniste e di sviluppo che venivano elaborate a livello accademico. Vennero accolte e seguite prima a livello nazionale rispetto alla città. Con La Ganga e Garesio scrivemmo anche un libro, ma Torino non recepiva”. Una delle colpe della sinistra, ammette.

“La traduzione in pratica delle proposte universitarie deve essere fatta dalla politica”. Ma se gli si chiede della sinistra attuale, Forte non tradisce il suo spirito combattivo e la parsimonia di diplomazia che lo ha sempre connotato: “La sinistra tradizionale elabora, questi chiacchierano. Un conto è un’alternativa come quella di Craxi con le proposte concrete, altro sono le chiacchiere renziane”. A 88 anni, Forte confessa che “mi piacerebbe vivere ancora tanti anni per sentire un profumo di ripresa. Non solo economica, ma culturale e morale. Vorrei veder crearsi una nuova coscienza”. Anche per questo, spiega, ha scritto “quel mattone” pescando in una memoria infinita. Da cui spunta pure un’altra sua idea, all’epoca degli studi per il futuro di Torino: “Sostenevo che alla città sarebbe servita la metro. Fui insultato”.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    08:15 Lunedì 17 Luglio 2017 Quartultimo Bravo Professore

    Non per nulla è stato uno dei maestri di Quartultimo

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