Pensioni, la soluzione è nel Fondo

Non diciamo niente di nuovo affermando che il sistema pensionistico italiano è al collasso e i continui allarmi del suo presidente Tito Boeri non fanno che confermarlo. Nonostante le assicurazioni del governo italiano, chi è ancora lontano dal pensionamento deve prepararsi all’idea di avere una pensione piuttosto bassa. Stando così le cose è possibile in qualche modo rimediare individualmente, accantonando dei risparmi per quando si andrà in pensione. Facile a dirsi, difficile a realizzare. Bisogna premettere lo sciagurato aumento della tassazione dei fondi pensione attuata dal governo Renzi. Da un lato riducono le pensioni, invitando i più o meno giovani ad aderire alla cosiddetta previdenza integrativa e dall’altro  ti tassano anche la previdenza integrativa. Cornuti e mazziati.

Ciò detto, rimane un grosso handicap per l’adesione ad un fondo pensione: i soldi. Un impiegato o un operaio che già faticano ad arrivare a fine mese come possono togliersi dalle tasche cento, duecento euro al mese per garantirsi un piccolo capitale o una piccolissima rendita quando andranno in pensione? Si possono fare tutti i ragionamenti che si vogliono, spingere quanto si vuole, ma il tutto si blocca al limite insuperabile dei bassi redditi degli italiani. Purtroppo non tutti hanno lo stipendio da dirigente.

 Vero è che il versamento ai fondi pensione è agevolato e fino all’occorrenza dei 5164,57 euro sono deducibili, però rimane il limite che prima bisogna versarli e poi al momento della dichiarazione dei redditi si ha il vantaggio. Tra l’altro, essendo un versamento deducibile il vantaggio fiscale aumenta all’aumentare del reddito, perché il versamento si va a sottrarre alla quota di reddito che sconta l’aliquota più alta. Un conto è risparmiare il 23 o 27%, un conto il 41 o 43%. Ma il problema è proprio per chi ha i redditi più bassi che evidentemente ha difficoltà a risparmiare.

Un modo per incentivare l’adesione ai fondi pensione sarebbe quello di aumentarne la convenienza e soprattutto avvicinare temporalmente l’esborso con il rimborso fiscale. Si potrebbe suddividere i cinquemila euro in due fasce: una prima fino a 1200 euro con una detrazione al 50% e la seconda da 1201 al limite superiore con le attuali regole. In questo modo si aumenterebbe il vantaggio fiscale per i redditi più bassi e compenserebbe l’aumento della tassazione attuata dal governo Renzi. Ci sarebbe un problema di copertura da valutare, ma bisogna considerare anche il maggiore introito derivante da un maggior afflusso di risparmio verso i fondi pensione, risparmi che sarebbero solo in parte spostati da altri impieghi. Ci si aspetta che l’incentivo fiscale spinga verso un risparmio maggiore. L’avvicinamento del rimborso al momento dell’esborso è forse il punto determinante per chi ha bassi redditi. Si potrebbe gestire in modo semplice. Per chi aderisse ad un fondo pensione con versamento mensile sarebbe sufficiente comunicarlo al proprio datore di lavoro che applicherebbe la detrazione,  così da trovarla subito in busta paga. Facciamo due esempi. Versando cento euro al mese il lavoratore si troverebbe un aumento in busta paga di cinquanta, dimezzando effettivamente il versamento; versando cinquanta euro al mese si troverebbe venticinque euro in più in busta paga e il costo effettivo sarebbe di soli venticinque euro, somma che con un piccolo sforzo è alla portata di molti. Certo in quest’ultimo caso la somma accantonata sarebbe di soli seicento euro all’anno che sono ben pochi per generare una rendita vitalizia significativa, ma comunque accumulati per trent’anni permetterebbero l’accumulo di un piccolo capitale in altri modi non accantonabile. In ogni caso seicento euro per trent’anni sono 18000 euro, che sperando in un minimo di rivalutazione si possono ragionevole ipotizzare risultino superiore a 20000 euro. Trovarsi ventimila euro versando venticinque al mese non sembra un cattivo affare. Tale cifra potrebbe servire per saldare il mutuo residuo, vista l’attuale tendenza ai mutui trentennali o permettere la ristrutturazione dell’immobile dove si vive e acquistato trent’anni prima. In breve potrebbe servire se non a generare una rendita, almeno ad andare in pensione senza debiti che non è poco. Altra soluzione sarebbe di usare questo capitale sommandolo al trattamento di fine rapporto per ottenere un ammontare che garantirebbe una rendita da affiancare alla misera pensione pubblica. Lo stesso sistema dovrebbe essere applicato alle partite Iva permettendo al lavoratore di portare in detrazione nella dichiarazione Iva mensile o trimestrale il 50% di quello versato periodicamente. In questo caso starebbe alla scelta del lavoratore se fare versamenti mensili o trimestrali. Per i titolari di partita IVA sarebbe ancora più importante, perché non hanno il trattamento di fine rapporto di cui godono i dipendenti oltre a tutte una serie di tutele in meno.

È facile parlare in astratto dando dei numeri apparentemente piccoli senza calarsi nella realtà quotidiana. Destinare, per esempio. un 5% alla previdenza integrativa può sembrare una piccola cifra, ma un conto è togliere 5% ad una busta paga di 1000 euro corrispondente a 50 euro e un conto è toglierlo ad una busta paga di 3000 euro corrispondente a 150 euro che probabilmente cifra già accantonate in qualche modo. Nel primo caso si è sulla soglia della sopravvivenza e qualsiasi cifra pur piccola che sia, rappresenta un grosso problema. Per questo la nostra proposta cerca di essere concreta rifuggendo da un impianto teorico.

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