Non soffochiamo Torino

Durante una mia breve e recente vacanza nel sud della Francia, ho avuto modo di far parte del pubblico di un festival rock che proponeva una due giorni piuttosto intensa. Gli artisti che si esibivano erano di grande richiamo, per cui le due date hanno portato alla rassegna musicale migliaia di giovani (e meno giovani).

Le misure di sicurezza, da tempo adottate nel Paese d’oltralpe, erano stringenti. All’ingresso gli ospiti, tra cui il sottoscritto, venivano divisi in due file, a seconda del genere di appartenenza, poiché ognuno doveva subire un’accurata perquisizione personale a cui seguiva l’ispezione di zaini e borselli vari. Gli oggetti non consentiti (caschi, bottiglie, materiali all’occorrenza offensivi) subivano il sequestrati temporaneo.

Mi ha stupito la serenità con cui tutti affrontavano il necessario passaggio sotto le novelle forche caudine, perché di questo si trattava, ma anche la consapevolezza dell’ineluttabilità del tutto: andare al concerto significava infatti sottoporsi a marcate misure di controllo. Nessuna contestazione, nessun malumore, anzi qualche risata collettiva tra le fila nell’attimo in cui ad un giovanissimo ragazzo, apparentemente appena maggiorenne, sono state sequestrate numerose bottiglie di buon vino provenzale conservate nel suo piccolo zaino, facendo ricordare a tutti la tasca dalla capienza infinita di Eta Beta (personaggio Disneyano e caro amico di Topolino).

In sintesi malgrado attentati, sparatorie, furgoni lanciati a grande velocità sulla folla, i francesi non mollano continuando ad uscire dalle loro sicure abitazioni per recarsi in piazza ed ovunque si propongano momenti di richiamo artistico, così come di semplice divertimento e svago. Agli stessi fuochi d’artificio in commemorazione del 14 luglio hanno assistito migliaia di persone, malgrado i fatti di un anno prima avvenuti a Nizza.

Il posizionamento di blocchi di cemento sulle strade di accesso all’evento riparavano il pubblico da furgoni assassini nel nome di folli cause. Collettività che dimostrava di non voler rinunciare a vivere la propria città, anche a fronte della consapevolezza di poter diventare ugualmente, ed in qualsiasi attimo, potenziale bersaglio di un fanatico qualsiasi.

La lunga premessa per guardare ora alla nostra Torino dove, a distanza di mesi, non si è attualmente scoperto cosa abbia scatenato la disperata corsa generale che ha causato migliaia di feriti ed un morto. Gli unici dati certi riguardano il contesto intorno a cui è avvenuta la tragedia: piazza San Carlo durante la visione della partita finale di coppa in cui giocava la Juventus.

Il panico, da cui tutto è degenerato, ha coinvolto migliaia di tifosi presenti in piazza sin dal primo pomeriggio. Supporter in gran parte riforniti di birra ghiacciata appena scesi dalla propria auto. E’ importante questo ultimo passaggio poiché descrive una delle tante categorie di pubblico che può trovarsi ad occupare le piazze dove si svolgono eventi spettacolari. E’ impossibile tracciare una linea di paragone tra una marea di sfegatati tifosi calcistici e la moltitudine che si porta nel centro storico di Torino per assistere ad uno spettacolo di danza o musica lirica, così come non esiste una correlazione tra quest’ultimo pubblico e chi invece vuole seguire un festival di musica jazz, etnica oppure pop rock.

Insomma quanto avvenuto la sera del 3 giugno all’ombra del Caval ‘d Brons assomiglia terribilmente ai nefandi effetti di una tempesta perfetta, ossia a quei fatti che si scatenano solamente sommando una serie di elementi i quali, singolarmente, non innescherebbero alcun fenomeno negativo ma insieme, in una combinazione rara quanto però possibile, possono scatenare il finimondo.

Probabilmente in tante altre occasioni il rischio di una simile catastrofe si è già affacciato, come ad esempio durante alcune notti bianche oppure al grande concerto estivo di turno: un pericolo scampato innanzi all’assenza di altri sostanziali fattori generanti il caos. Oggi percorrere la stessa identica strada lastricata di permessi e misure di sicurezza, intrapresa dopo i luttuosi fatti del cinema Statuto, sembra inopportuno quanto assurdo. All’epoca si giunse alla chiusura indotta di decine di sale cinematografiche; attualmente invece si profila all’orizzonte la rinuncia dell’uso aggregativo dei grandi spazi della Torino barocca.

Alle porte della città subalpina si presentano due scenari altrettanto intollerabili: da una parte gli organizzatori di manifestazioni culturali i quali, spaventati dalle mole delle misure di sicurezza a cui adeguarsi, rinunciano a proporre iniziative nel corrente calendario estivo; dall’altra il pubblico che terrorizzato da quanto avvenuto partecipa in numero ridotto a quanto la piazza gli propone.

La città dormitorio della Fiat, dopo anni di apparente ripresa dal suo decennale sonno profondo, sembra destinata ad un assonnato ritorno al passato.

Gli organi istituzionali, oltre a non venire a capo delle motivazioni di quanto accaduto, si scambiano accuse e scaricano di continuo le proprie responsabilità ad altri soggetti, come tipicamente accade da tempo nel nostro Paese, mentre la popolazione abbandonata a se stessa improvvisamente ha scoperto terrorismo e panico.

Il pubblico non è tutto uguale, così come non lo sono le manifestazioni pubbliche. Qualche controllo, un po’ di pazienza e lucidità da parte delle autorità sono gli elementi fondamentali per vivere le città europee nell’attuale clima belligerante (causato dai bombardamenti occidentali in Libia, Iraq ed Afghanistan).

In attesa di una rivoluzione culturale e del cessare di guerre iniziate per “esportare la democrazia”, occorre più che mai uscire dalle nostre case e confrontarci con il resto del mondo. Musica e condivisione sono fondamentali per noi tutti. Soffocare le iniziative nelle nostre metropoli significa togliere respiro anche alle loro comunità.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    12:09 Giovedì 27 Luglio 2017 Conty Erano altri tempi ma ...

    Erano altri tempi ma, all'epoca degli anni di piombo, del terrorismo rosso e nero (stranamente, i mandanti del terrorismo nero non sono ancora stati identificati), ma la società reagì in modo diverso, non chiudendosi, non lasciandosi prendere dal panico. Mi ricordo, ad esempio, che all'indomani dell'uccisione di Aldo Moro la vita nelle città scorreva senza mutamenti; il sabato successivo io e i miei amici andammo al cinema in una serata torinese dove non si "respirava" alcun terrore, e non certo per insensibilità verso la tragedia che si era appena consumata. E la vita scorse normale anche dopo la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Forse il terrore per un pericolo che viene da un mondo diverso da quello occidentale è maggiore di quello che viene da violenze del nostro mondo.

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