Il vento populista

Come raccontano tutti gli osservatori, i commentatori e gli analisti delle cose politiche, è partita la gara finale su chi riuscirà a vincere il campionato del populismo e della demagogia in attesa della ormai prossima campagna elettorale per rinnovare il Parlamento. E l’abolizione dei vitalizi agli ex parlamentari introducendo il sistema contributivo accompagnato dalla retroattività - a cui seguirà, credo, quello della riduzione degli stipendi e di altri “privilegi”... - è stata una ghiotta occasione per misurare l’efficacia di questa competizione.

Non entro nel merito del provvedimento già approvato dalla Camera se non per dire due sole cose. Se è sicuramente positivo ricorrere al sistema contributivo, del resto già inaugurato con la riforma ddl 2012, l’inserimento della retroattività introduce un capitolo che potrà avere pesantissime ripercussioni nel futuro previdenziale degli italiani. Di tutte le categorie dei pensionati. Come auspica ormai da tempo lo stesso Presidente dell’Inps. E questo per un semplice motivo, già evidenziato dai commentatori meno inclini al populismo e alla demagogia. E cioè, una volta introdotto un “principio” nel corpo legislativo, può essere tranquillamente esteso a chiunque e per qualunque riforma. Nessuno può essere o sentirsi escluso. Le rassicurazioni, come ovvio, non valgono a nulla e sono autentiche stupidaggini che si raccontano per tranquillizzare momentaneamente i potenziali interessati dai tagli.

Ora, senza approfondire la bontà e i rischi di questa legge, quello che stupisce - ma non più di tanto - è quello di avere assistito in Parlamento alla gara tra il Pd renziano e il movimento 5 stelle su chi si deve intestare la battaglia sui vitalizi. E quelle battaglie che, come da copione, arriveranno nelle prossime settimane che precedono il voto. In sintesi, si tratta di capire se il confronto politico nelle prossime settimane verterà sulle “ricette di governo” che ciascuna forza politica, o schieramento, riesce a mettere in campo per il futuro del nostro paese o se, al contrario, il tutto sarà una guerra tra chi la spara più grossa su temi facilmente individuabili che stuzzicano la “vendetta” popolare. Temi anche interessanti ma che restano del tutto ai margini della vera agenda politica italiana. Se, cioè, ci sarà un confronto/scontro politico e programmatico su come si intende governare l’Italia o se, invece, sarà uno scontro tra il populismo del gruppo dirigente del Pd da un lato e quello grillino dall’altro. Con il rischio concreto, almeno secondo il mio parere, che di norma, il cittadino elettore sceglie sempre l’originale rispetto alla copia. Perché, alla fine, di questo si tratta.

Ecco perché, per un partito che ha la cifra costitutiva della cultura di governo come il Pd, è molto importante non trasformare il confronto politico in una mera guerra populista e demagogica con l’avversario del momento ma, al contrario, saper conservare la propria specificità anche in un contesto dove domina l'antipolitica e la lotta senza quartiere contro le istituzioni e contro tutto ciò che è riconducibile alla politica e alla sua classe dirigente. Su questo versante si misura la vera cultura di governo e non sulle sparate propagandistiche che, come la storia ci insegna, rischiano sempre di produrre soluzioni e creare scenari opposti a quelli desiderati e auspicati. Per questi motivi il comportamento e lo stile in politica non sono mai secondari. Anche quando non vanno di moda.

*On. Giorgio Merlo, Direzione nazionale Pd

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