RIFORME FALLITE

Una Città (metropolitana) al palo

L'ex Provincia di Torino presenta un bilancio "tecnico" ma fa i conti con inefficienze e ritardi della gestione "a mezzo servizio" della Appendino. Personale male impiegato, doppia sede e un piano dismissioni rimasto lettera morta

Un bilancio “tecnico”, senz’anima e soprattutto senza una visione politica. Procede per inerzia la Città Metropolitana di Torino, che oggi presenta i conti ai 315 Comuni del suo territorio per la ratifica prevista dallo statuto. Tutti i principali dossier aperti durante i due anni di Piero Fassino sono rimasti chiusi nei cassetti: dal piano strategico alle alienazioni, dalla riorganizzazione del personale alla digitalizzazione delle pratiche. E intanto i dipendenti continuano a dividersi tra due sedi, quella storica di via Maria Vittoria e quella di corso Inghilterra, nonostante ormai il loro numero si sia dimezzato rispetto all’era Saitta, l’ultimo presidente della Provincia di Torino, prima della riforma Delrio.

Un ente sempre più difficile da gestire la Città metropolitana, con risorse in contrazione e competenze incerte. A ciò si aggiungono le complicazioni politiche derivanti dalla cosiddetta anatra zoppa, condizione che vede Chiara Appendino priva della maggioranza in Consiglio. La sindaca grillina, del resto, era perfettamente consapevole delle difficoltà nel gestire il doppio ruolo e infatti al momento dell’insediamento una delle sue prime domande rivolte al segretario generale Giuseppe Formichella è stata proprio a verificare la possibilità di una eventuale rinuncia. Risposta negativa e così, salita sulla bicicletta, la Chiara è costretta a pedalare in un percorso perennemente in salita.

Il 2017 è il primo anno in cui l’ente poteva tornare ad assumere dopo un lungo periodo di blocco del turn over, ma la giunta Appendino ha rinunciato anche a questa possibilità. Una scelta contestata, tra gli altri, da Mauro Carena, sindaco di Villar Dora, già consigliere delegato al bilancio con Fassino e oggi esponente dell’opposizione targata Pd in aula: “Faccio un esempio su tutti, quello dei cantonieri – spiega –. In questi anni il loro numero si è dimezzato, da 300 a 150, e in molti casi ormai non riescono neanche più ad assicurare le funzioni minime. Ho chiesto delle assunzioni in quell’ambito anche per dare il segnale che l’ente è vivo”. Quella del personale è una delle partite più complesse. Rispetto agli anni della Provincia si è passati da oltre 1.900 dipendenti ai 900 attuali. Più della metà se ne sono andati, in buona parte acquisiti dalla Regione, ma dopo la diaspora non è seguito alcun riordino degli uffici. Non solo, “sono cambiate le nostre competenze, ma abbiamo ancora degli addetti a funzioni che non svolgiamo più” dice Carena. Un esempio emblematico è quello dell’ufficio per i contributi alle bande musicali, “c’è l’ufficio ma mancano i contributi”. La sede di corso Inghilterra sarebbe perfettamente in grado di ospitare tutti i dipendenti della Città Metropolitana e quella storica, in via Maria Vittoria, potrebbe trasformarsi in qualcos’altro o essere ceduta come farà la Regione con il suo palazzo in piazza Castello, con evidenti vantaggi da un punto di vista finanziario. Ma a oggi nulla è stato fatto.

Negli anni scorsi la Città metropolitana, alla ricerca di nuove vocazioni dopo quella riforma tanto pasticciata che ne ha decretato la nascita, ha intrapreso un percorso per farla diventare centrale di committenza, con un servizio di supporto ai piccoli comuni anche nella gestione degli appalti più complessi. “Un progetto che avremmo dovuto implementare e invece è stato abbandonato”. Stesso discorso per la digitalizzazione delle pratiche dell’ente che necessiterebbero di una tracciabilità, mentre al contrario “i dipendenti continuano a lavorare su computer ormai obsoleti che faticano a utilizzare anche per le inefficienze del Csi”. La Città Metropolitana vive così una situazione di progressivo spegnimento, mentre i dipendenti più validi se ne sono andati da tempo o sono in procinto di farlo.

Il bilancio pareggia a 836 milioni. Per chiuderlo sono state utilizzate entrate straordinarie per coprire 21 milioni di spese correnti, una prassi consentita dal decreto 50/2017, ma che va a cozzare contro ogni principio contabile. Per far cassa era stato varato nel 2015 un programma di cessioni di beni immobili da oltre 110 milioni di euro e imbastite le procedure per le dismissioni. Venne ceduto il palazzo della Questura in corso Vinzaglio e alla fine del 2016 è stata perfezionata la vendita della caserma Bergia per 13 milioni. Se però non si va avanti su quella strada presto verrà meno una delle principali fonti di entrate straordinarie per rilanciare l’attività dell’ente attraverso una serie di investimenti. “Serve una scossa – ammonisce Carena -. E in particolare serve qualcuno che abbia tempo e competenze per occuparsi della Città Metropolitana”.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    13:50 Venerdì 04 Agosto 2017 AncoraDipendenteCM Non è carino esprimere giudizi su persone che non si conoscono

    Sono ancora una dipendente della Città metropolitana di Torino e trovo poco professionale ed elegante proporre come un dato di fatto ("i dipendenti più validi se ne sono andati da tempo o sono in procinto di farlo"), quella che è solo una opionabile valutazione personale, non essendo spiegato con quale bilancia capace di misurare il valore delle persone si è stilata la classifica di preziosità delle risorse umane andate e rimaste.

  2. avatar-4
    22:04 Giovedì 03 Agosto 2017 voltaire LEGGE? DELRIO?

    Delrio? Se n'è ghiuto! !!! Chiedere al Sen. Esposito!

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