INFORMAZIONE & POTERE

Niente più tv al Corecom

La nuova normativa approvata dal Parlamento sottrae al comitato regionale la gestione dei fondi (100 milioni) per l’emittenza locale. Graduatoria nazionale al Mise. Si rompe così un legame, spesso opaco, tra politica domestica e piccola editoria

Se spunta la bufala sparisce il contributo. Ma non è solo l’assenza di fake news quale requisito necessario alle tivù e le radio locali per poter accedere al fondo per il pluralismo e l’informazione – un tesoretto da cento milioni da distribuire in tutto il Paese – a segnare in senso innovativo il regolamento approvato alla Camera. Il testo licenziato dalle commissioni Trasporti e Cultura in seduta congiunta e che ora deve soltanto più ricevere il via libera dal Mise e da Palazzo Chigi apporta anche un cambiamento rispetto al passato che tocca direttamente le Regioni e, forse, lascerà alle spalle senza rimpianti non sempre cristallini intrecci tra il mondo della politica e quello delle tivù locali. A valutare le richieste e stilare la graduatoria con conseguente ammontare dei contributi non sarà, infatti, più il Corecom, ovvero il Comitato regionale per le comunicazioni, che pur essendo un organo funzionale dell’Agcom (l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) è a tutti gli effetti inserito nell’organizzazione della Regione e i suoi tre componenti sono di nomina del Consiglio regionale.

La decisione di togliere al Corecom la competenza, ma sostanzialmente anche il potere, di stabilire destinatari e cifre dei contributi, accentrando tutto al Mise è stata – secondo i relatori Michele Anzaldi e Roberto Rampi (entrambi del Pd) – “la necessità di superare il sistema troppo macchinoso dei comitati regionali”, ma non di meno quella di distribuire le erogazioni sulla base di una graduatoria nazionale e non più su quelle singole di ciascuna regione.

Un cambio di passo che era nell’aria, “ma del quale abbiamo avuto certezza solo con l’approvazione del regolamento” conferma allo Spiffero Alessandro De Cillis, dall’ottobre dello scorso anno presidente del Corecom Piemonte (gli altri due membri sono Vittorio Del Monte e Gianluca Martino Nargiso) e quindi arrivato quando l’iter per la graduatoria – oggi di fatto inutile – era già stato completato dalla precedente gestione. “Noi siamo comunque, ovviamente, disponibili ad ogni forma di collaborazione che eventualmente ci venisse richiesta dal Mise” aggiunge il giornalista e consulente per la comunicazione chiamato al vertice di un organismo che, dopo quest’ultima decisione del Parlamento, pare sempre più concentrato “con risultati eccellenti” sul core business dei rapporti (spesso per nulla facili) tra cittadini e gestori dei servizi telefonici e della rete.

Non è sempre stato, o non solo, così. Se le ultime nomine hanno segnato per molti aspetti una svolta, in un passato non poi così lontano il potere esercitato dalla politica, anche attraverso il Corecom, sull’emittenza locale non ancora segnata dalla crisi e dalla corsa persa in partenza con l’informazione sul web è stato tanto palese quanto intenso. Tenere i cordoni della borsa da cui attingere i contributi per le emittenti locali – già allora prossime alle canna del gas, complice un avvento del digitale e lo sviluppo inarrestabile della rete non sempre o quasi mai affrontati nel modo giusto e con opportuni investimenti – è stato uno strumento nient’affatto disdegnato da non pochi politici, i quali avevano – come oggi – pur sempre il potere di decidere chi piazzare al Corecom. E la riconoscenza, si sa, è dote diffusa. Pure tra parecchi piccoli Berlusconi di provincia: la telecamera che indugia melliflua sul volto del politico della zona, interminabili soliloqui dell’onorevole, del sindaco così come del consigliere, ospitate in talk show, risposte fiume che ormai uno la domanda, se c’era, se l’era ormai scordata.

Non sempre così, per  carità. Spesso, però, sì. E poi un giorno, era la primavera di due anni fa, al Corecom del Piemonte arrivò pure la Guardia di Finanza:  le Fiamme Gialle fecero per un po’ avanti e indietro tra gli uffici del comitato e le sedi di molte tivù private per scoprire, nell’ambito di un’inchiesta avviata in Emilia Romagna, se tutti coloro che avevano ricevuto i finanziamenti avevano i requisiti necessari: dai contratti applicati ai dipendenti al versamento dei contributi previdenziali e altro ancora.

Finanziamenti nell’ordine sei 6 o 7 milioni solo per il Piemonte. Il gruppo più grande arrivava alla cifra tonda poi una pattuglia a cifre minori e le briciole, decine di migliaia di euro, agli altri. Una spartingaia che a molti sapeva di cartello: il divario tra l’elefante e la formica sarebbe stato compensato dal primo con qualche generosa concessione di contratti pubblicitari alla seconda. E tutti vivevano felici e contenti. Ma la crisi ormai era conclamata, senza quegli aiuti molte imprese dell’etere avrebbero chiuso, alcune poi sono state costrette a farlo comunque. Altre hanno imposto ai dipendenti lacrime e sangue e la prospettiva di restare a casa. Scongiurata, come nell’ultima vertenza quella del gruppo Telecity, solo con operosissimi (per i dipendenti) contratti di solidarietà e tagli draconiani a sedi e strutture. Si sopravvive, spesso se non quasi sempre, così in quel mondo piccolo del piccolo schermo che decenni fa era stata una gallina dalle uova d’oro per i piccoli Berlusconi di provincia e un’ inattesa manna dal cielo per la politica locale fino ad allora relegata a manifesti e comizi.

Molto è cambiato, in peggio per le imprese e soprattutto per chi in esse (ancora) lavora. Quel secondo canone pagato dai cittadini è diventato sempre più indispensabile per la sopravvivenza di aziende dove spesso non si è guardato abbastanza avanti, né si è investito come il mercato avrebbe richiesto. La politica ancora una volta non si è tirata indietro: i contributi continueranno ad arrivare. Ma a decidere quanti e a chi assegnarli non sarà più il Corecom. Per sapere se la scelta di affidare tutto al Mise sarà migliore rispetto al vecchio sistema, magari basterà fra qualche tempo provare a fare zapping.

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