Pubblico, ma con profitto

Un'argomentazione spesso usata nella difesa del pubblico rispetto al privato, è che il pubblico dovrebbe risultare meno costoso del privato perché privo della componente del profitto, imprescindibile nel caso del privato. Si argomenta, che a parità di costi, il privato ha la necessità di aggiungere un profitto, mentre il pubblico no.

La prima ovvia critica è che si tratta di un caso teorico, perché mai un privato e un pubblico per motivi inerenti alla natura stessa delle due organizzazioni potranno avere una struttura di costi paragonabili. Ammettiamo che le due organizzazioni siano in qualche modo paragonabili: ma è proprio vero che il pubblico non persegua una qualche forma di profitto? Per un’impresa privata è più immediato capire che il motore è il profitto per i proprietari anche se non è sempre così. Se si considera i quotidiani perennemente in perdita e puntualmente sostenuti con continue iniezioni di liquidità, non è immediato capire quale sia il vantaggio per i proprietari. In realtà, in questo caso il beneficio è indiretto, perché con i giornali si possono influenzare l’opinione pubblica e la politica e a avere dei tornaconti in altra maniera. Una perdita apparente può nascondere un profitto da qualche altra parte. Questo è un esempio da manuale, molto semplice, della complessità della realtà, però ci fa intuire che potrebbe esistere un profitto nascosto anche per le imprese pubbliche.

Per prima cosa, al di là della retorica sciocca dello “Stato siamo noi” bisogna individuare chi comanda nelle imprese pubbliche e chi ne trae i principali vantaggi. Ovviamente gli “azionisti” delle aziende statali sono i politici, che ne decidono gli indirizzi e ne nominano gli amministratori e in qualche misura gli alti burocrati e i vari dirigenti che sono assimilabili al management delle grandi aziende di capitale private.

Quale è il vantaggio a cui aspirano i politici? In una democrazia il principale “profitto” per i politici è il consenso. Un’impresa pubblica per quanto apparentemente deve solo fornire un servizio ai cittadini, nella sua gestione non potrà non tener conto delle esigenze dei suoi “azionisti” e pertanto dovrà curare la loro necessità di consenso. Per le aziende municipali delle grandi città con centinaia e a volte migliaia dipendenti, parliamo, considerando anche i parenti più stretti, di un bacino di voti non indifferente. Immaginate un assessore in prossimità delle elezioni e un’azienda municipale piena di fannulloni: potrà mai l’assessore usare tutto il suo potere gerarchico per instillare un po’ di disciplina inimicandosi migliaia di potenziali elettori? A voi la risposta. Questo è un primo aspetto, ma c’è ne un altro non meno importante. Sempre nell’ottica del consenso, le aziende pubbliche potrebbero non essere gestite nel migliore dei modi, ma in modo da scontentare il minor numero possibile di persone/elettori. Immaginate la necessità di aumentare le tariffe di un qualunque servizio pubblico per poter fare dei lavori necessari. In prossimità delle elezioni tale aumento sarà rimandato e i lavori non effettuati. E di rimando in rimando si potrebbero creare delle situazioni disastrose. Altra situazione potrebbe riguardare la mancata riscossione di ciò che è  dovuto pur di non scontentare nessuno, o omettere i controlli sui mezzi di trasporto e altre mille similari.

E questi esempi riguardano le azioni più o meno legittime, perché ci sono anche quelle non corrette, dalla più semplice raccomandazione all’appalto truccato passando per le assunzioni dei propri accoliti.

Gli amministratori di una società pubblica essendo nominati dai politici non possono che tener conto degli indirizzi di chi li nomina e della loro necessità di consenso. Il “profitto” delle aziende pubbliche può risultare molto più costoso per i cittadini rispetto al profitto privato.

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento