SANITA' & POLITICA

Sanità, via al rinnovo contrattuale

Dal governo primo passo per aprire il tavolo delle trattative. Dopo 6 anni di blocco vanno ridisegnate funzioni e adeguati i livelli contributivi. Ma per la Cgil in Piemonte occorre stabilizzare i precari e arginare i lavoratori in appalto

Un passo in avanti verso il rinnovo del contratto di lavoro nel comparto sanità. Con l’approvazione da parte del Governo dell’atto di indirizzo formulato dalla Conferenza delle Regioni, appare concreta l’ipotesi di un avvio già a settembre della fase operativa che dovrà condurre al nuovo contratto dopo un blocco di sei anni. La decisione, comunicata dal ministro Marianna Madia, è accolta positivamente dai sindacati che, tuttavia, nel caso del Piemonte (ma non solo) lamentano ancora una serie di problemi in attesa di soluzione e richiamano la necessità di rivedere da parte dell’ente scelte e indirizzi che gli stessi rappresentanti dei lavoratori ritengono penalizzanti sia per il personale, sia per le esigenze dei cittadini.

La soddisfazione a nome delle Regioni è arrivata dall’assessore al Bilancio della Lombardia, Massimo Garavaglia, nella sua funzione di presidente del comitato di settore Sanità in seno alla Conferenza: “Il lavoro che abbiano compiuto ha dovuto tener conto di uno scenario profondamente modificato rispetto a quello che ha prodotto il contratto collettivo nazionale di lavoro 2008-2009 e si è comunque agito per individuare una soluzione contrattuale equa che permetta e favorisca l’intervento di ogni singola Regione nelle materie che pur essendo definite a livello nazionale, ma che hanno comunque bisogno di un indirizzo regionale per accompagnare i processi di riforma che nei singoli territori si perseguono”. Per Garavaglia “le linee di indirizzo alla contrattazione nazionale di settore portano verso rinnovi contrattuali che possono essere considerati come strumento funzionale all’attuazione del Patto per la salute e per valorizzare il lavoro nel Servizio sanitario nazionale”.

Il documento predisposto dalle Regioni ha “dovuto tenere conto del riordino organizzativo che si è verificato anche a seguito della pluriennale condizione di contenimento delle risorse unitamente ai costi, della coesistenza spesso di strutture organizzate secondo i modelli preesistenti, magari con forti differenziazioni tra singole realtà regionali”. Un altro punto ritenuto importante riguarda “la ricerca di soluzioni che favoriscano la motivazione del professionista, lavorando, in quest’ambito, alla revisione dell’assetto contrattuale”.

Mentre le Regioni, incassato il via libera dei ministeri su questo documento, auspicano un eguale e rapido pronunciamento sulla nota di aggiornamento all’atto di indirizzo per la medicina convenzionata in modo da poter fornire anche ai medici di famiglia, ai pediatri e agli altri medici convenzionati risposte attese ormai da molti anni, restano aperte non poche altre questioni di propria pertinenza. “In Piemonte aspettiamo l’applicazione di quanto contenuto nell’accordo che i sindacati hanno siglato con l’assessore alla Sanità Antonio Saitta lo scorso 10 marzo” premette Gabriella Semeraro, segretario regionale della Cgil Funzione Pubblica. “È indispensabile che ciò avvenga per risolvere con la stabilizzazione il problema del precariato e limitare a casi eccezionali i contratti a tempo determinato”. Le singole Asl e Aso stanno completando il censimento di queste figure, ma il sindacato punta l’indice anche su un’altra peculiarità, non certo giudicata positivamente, del sistema sanitario piemontese: il ricorso sempre più frequente da parte delle aziende sanitarie a figure professionali fornite in somministrazione da società o cooperative.

Già nel dossier che lo scorso anno Cgil, Cisl e Uil avevano intitolato “Carenze, disorganizzazione e mancati investimenti: il personale è in codice rosso”, si evidenziava come “in Piemonte ampio è il ricorso alle forme di lavoro atipico” osservando come “le carenze di organico, favorite da un’indiscriminata politica di blocco delle assunzioni, hanno determinato un abuso sistematico delle forme di lavoro flessibile in sostituzione del personale necessario per l’attività ordinaria. Il lavoro subordinato ha finito per essere sostituito da contratti di lavoro atipici, dai co.co.co. alle partite iva o, peggio ancora, per essere surrogato da contratti di appalto di fornitura di servizi e lavoro somministrato”. Tanto da arrivare, come denuncia il sindacato, alla situazione che vede “alcune aziende aver portato alla esternalizzazione d’interi reparti o aree di degenza facendo divenire molto difficile un efficace controllo sulla qualità del servizio erogato”.

Inevitabile, nel rappresentare questa situazione, il riferimento ad Amos. “Non è certo l’unico soggetto che fornisce personale alle aziende, ma indubbiamente negli ultimi tempi e in alcune aree del Piemonte il ricorso a questa società partecipata dalle stesse Asl e Aso – spiega Semeraro – ha assunto dimensioni a dir poco considerevoli”. Le proteste da parte delle organizzazioni dei lavoratori si sono andate ripetendo ad ogni affidamento disposto da questo o quel direttore di azienda. “I lavoratori, dagli operatori socio-sanitari ad altre figure cruciali nella macchina della sanità, dipendenti da questa società, così come di altre, hanno meno tutele contrattuali, guadagnano meno e non di rado vedono applicati contratti che con la sanità nulla dovrebbero avere a che vedere. Come quello multi servizi che è tipico de commercio, non certo de comparto sanitario”. Nel dossier i numeri dicono che Amos applica il contratto multiservizi a 557 dipendenti,  quello Aiop a 416 unità, mentre hanno un contratto del Turismo 293 unità lavoratori. “È evidente che ad alcune figure professionali che operano nell’alveo sanitario e socio-sanitario siano applicati contratti non adeguati che creano non solo disparità tra dipendente pubblico e dipendente privato, ma un evidente dumping contrattuale”.

Insomma, ben venga il via libera dal Governo all’ulteriore passo verso il rinnovo del contratto nazionale, ma “di cose da mettere a posto – conclude la segretaria regionale della Cgil Funzione Pubblica – in Piemonte ce ne sono ancora tante”.

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