DIRITTI & ROVESCI

Migranti, sindaci all’arrembaggio

Molti Comuni piemontesi, dopo aver tergiversato per mesi, ora chiedono di aderire allo Sprar. Una mossa che consente di contenere i numeri. Ma solo una minima parte sono realmente profughi. La prof. Bono: “Pensare a un assegno di rimpatrio”

L’ultima levata di scudi, che è parsa piuttosto uno sventolare bandiera bianca, contro l’ospitalità forzata di migranti è di pochi giorni fa. Federico Binatti, il sindaco (centrodestra) di Trecate, meno di dieci chilometri da Novara, ha scritto ai suoi concittadini per dire che la sua amministrazione si è sempre opposta all’accoglienza di richiedenti asilo, ma nulla può contro la decisione della prefettura di inviare nelle prossime settimane 22 migranti che saranno ospitati in alloggi affittati da una cooperativa.

Gli sbarchi, pur proseguendo, hanno segnato una sensibile diminuzione negli ultimi giorni, ma questo non riduce la tensione così come le polemiche che ormai accompagnano ogni arrivo, sia pure solo annunciato, di immigrati nei comuni del Piemonte. Comuni che, divisi tra quelli che già ospitano, spesso in numeri assai superiori a quelli previsti dal piano del Viminale, e quelli che non hanno in casa neppure uno straniero disegnano una geografia destinata a cambiare rapidamente. Nella sola provincia di Alessandria, dei 190 Comuni, sono soltanto 31 quelli che ad oggi hanno migranti sul loro territorio. Una disparità che oltre a produrre l’effetto di concentrare stranieri in numeri spesso eccessivi in poche città e paesi, racconta anche di come molte amministrazioni civiche, in tutta la regione, abbiano provato a fare orecchie da mercante agli inviti del governo ad aderire allo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo, peraltro caldeggiato dalla stessa Anci.

Un’adesione che spesso non è stata adottata proprio da quei Comuni che oggi, anche sotto la pressione di una parte della cittadinanza, addossa allo Stato la responsabilità di quell’ospitalità forzata che passando sopra la testa dei sindaci è resa possibile dalla disponibilità di cooperative che vincono i bandi delle prefetture. Non è un caso, quindi, che proprio in queste settimane si assista a un rincorsa, non poco tardiva, da parte di molti sindaci, anche di piccoli centri, a chiedere di aderire allo Sprar per evitare che l’affitto di uno o più alloggi da parte delle cooperative finisca con il portare nel loro paese un numero di profughi assai più cospicui di quello previsto e limitato dal sistema indicato da ministero e Anci. Lo Sprar prevede, infatti la clausola di salvaguardia: raggiunta la percentuale dei 3 ogni mille, sul territorio non possono più essere ospitati altri migranti con sistemi diversi, come quello appunto gestito dalle cooperative.

Certo ci sarà tra i sindaci chi non conosceva lo Sprar o non ha fatto in tempo ad aderirvi prima che arrivassero le cooperative sul suo territorio, altri hanno ritenuto di non avere le potenzialità necessarie, ma non pochi sono quelli che, come si dice, ci hanno provato: se va bene nessuno affitta e, voilà, il Comune è migranti free. Speranze che stanno scemando in fretta, così come in fretta salgono le pratiche di adesione al sistema che oltre a garantire una percentuale tra migranti e residenti, consente alle amministrazioni un controllo e una gestione, altrimenti impossibile, sugli stranieri ospitati in attesa di ottenere lo status di rifugiato. Quelli che avranno i requisiti. Già, perché ad alimentare la tensione – dalle città al più piccolo dei paesi – è la questione spesso in qualche modo accantonata o, da parte di alcune forze politiche e associazioni, di fatto rifiutata: profughi in fuga da zone di guerra o migranti economici?

Una risposta, dura e per questo accolta in maniera diametralmente opposta dalle diverse visioni del problema, la fornisce numeri alla mano Anna Bono, per anni docente di Storia dell’Africa all’Università di Torino e autrice del recente saggio Migranti? Migranti? Migranti? (Edizioni Segno). “Su cento che sbarcano in Italia, solo quattro saranno riconosciuti come profughi o rifugiati. Gli altri? Sono tutti migranti economici”. Una tesi rifiutata da molti quella della professoressa torinese con lunghe esperienze di studi in Africa, ma altrettanto citata da chi da tempo sostiene che è una rappresentazione distorta, ad arte, quella che vuole se non tutti, moltissimi di coloro che dalle coste libiche sbarcano su quelle italiana in fuga dalle guerre o dalle persecuzioni. “E non sono spesso, neppure i più poveri: per mettersi nelle mani dei trafficanti e scafisti riescono ad accumulare cifre considerevoli, specie per i Paesi da cui provengono. Parliamo di alcune migliaia di dollari”.

Bono mette pure l’accento su un altro aspetto spesso sottaciuto: “Molti migranti lasciano i Paesi di origine a loro volta meta di immigrazione da nazioni vicine, per ragioni economiche”, insomma da dove si parte per l’Italia c’è chi arriva per lavorare. Ma la studiosa dell’Africa che con il suo libro accende polemiche e rafforza argomentazioni, non si sottrae a una delle tante domande che ruotano attorno alla questione migranti: nessuno di chi arriva dove ha sperato di trovare lavoro e una vita migliore pensa di tornare da dove è venuto? “Non sono pochi. Il problema è che l’emigrante economico ha riposto molte speranze a alimentato molte aspettative nella sua famiglia, nel tessuto sociale in cui ha vissuto. Tornare sconfitto è molto difficile. Per questo credo che pensare a un contributo a chi vuole rientrare nel proprio Paese sarebbe una cosa utile. Eviterebbe la condanna sociale e consentirebbe un reinserimento del migrante. E costerebbe meno che ospitarlo qui, senza potergli offrire nulla per il suo futuro”.  

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