Siamo sicuri ora?

Belli o brutti che possano apparire i dispositivi anti-terrorismo collocati nelle aree pedonali di Torino – e di tutte le altre città italiane – dopo l’attacco terroristico a Barcellona sono comunque finalizzati a garantire un maggiore livello di sicurezza dei cittadini, che con le loro tasse quelle barriere pagano. È un do ut des non solo opportuno ma anche alla base di quel contratto sociale che lega (o dovrebbe legare) l’individuo alle istituzioni che lo rappresentano e ne amministrano la quotidiana esistenza.

Dunque, tale decisione non può che incontrare il favore della collettività; questo per due ragioni obiettive: riducono l'esposizione della popolazione civile al rischio ed aumentano la sicurezza oggettiva, sebbene tendano (contrariamente ad altre misure meno “evidenti”) a diminuire la percezione di sicurezza a causa di un crescente percepito “stato di assedio” a cui contribuisce la progressiva “militarizzazione” della sicurezza urbana.

A tal proposito, vi è la consapevolezza che ci sono soggetti e gruppi che vogliono colpire per uccidere nelle nostre città e dunque va utilizzato un approccio comunicativo adeguato verso l'opinione pubblica così da renderla edotta sulle ragioni alla base delle scelte di sicurezza, procedure da seguire autonomamente? Nello specifico, va preso atto che l'amministrazione pubblica, in questo caso il Comune di concerto con la Prefettura e la Questura, si è mossa in maniera tutt’altro che tempestiva, essendo trascorsi almeno due anni dall’emergere di quella tipologia di minaccia rappresentata da un terrorismo islamico pronto ad utilizzare strumenti di facile reperimento, quali autovetture o esplosivi fatti in casa, pur di portare a compimento azioni efferate ed estremamente violente al grido di Allah akhbar. Ma su questo possiamo dire che la fortuna – che non basta – è stata dalla nostra parte.

Ma tutto ciò è inutile se manca una base razionale su cui tutto questo, dai blocchi in cemento, alle fioriere, alla regolamentazione del traffico, è stato pianificato non tenendo conto delle procedure di sicurezza urbana di contrasto alla minaccia di quel “nuovo terrorismo insurrezionale” che ci troviamo oggi a dover contrastare. In altre parole, quanto sinora fatto in termini di interventi e barriere fisiche, rientra all’interno di uno specifico, strutturato e adeguato piano di contenimento alla minaccia del terrorismo o si tratta di interventi “urgenti” e non “messi a sistema”? Se sì, allora è necessario che qualcuno dica dove sia questo piano e come debba essere utilizzato da tutto il “sistema per la sicurezza”, dal Sindaco-Prefetto-Questore sino ad arrivare al singolo cittadino che deve sapere come comportarsi in caso di attacco o minaccia imminente, e ancora la Protezione civile, la polizia municipale (perché due assessori diversi hanno le deleghe alla sicurezza e alla protezione civile in un epoca in cui i due settori sono complementari e sinergici?), il pronto intervento, le associazioni, le società di sicurezza private, ecc. Insomma chi deve fare cosa, con quali tempistiche e in che modo.

Bene, veniamo al dunque. Se, come tutti speriamo, questo piano effettivamente esiste, si impone la necessità di rendere pubblico, senza la pretesa di avere informazioni sensibili o classificate ma per rispondere con efficacia e trasparenza alle domande che gli stessi cittadini si pongono, se un piano per la sicurezza di Torino esista e quali siano le linee strategiche su cui si basa. È poi necessario sapere se, nella redazione del citato siano stati presi in considerazioni gli elementi fondamentali qui di seguito riassunti: in primis è opportuno sapere quale sia la ratio alla base della collocazione dei blocchi di cemento, se siano stati presi in considerazione perimetri di sicurezza primario e secondario, se i blocchi di cemento siano stati collocati tenendo conto della velocità di impatto e relativa possibile esplosione volontaria e, ancora, se siano state previste le necessarie aree di “decompressione”, se le barriere siano compatibili con la mobilità dei mezzi di soccorso e pronto intervento e se queste, così collocate, possano essere sfruttate a favore dei terroristi.

Inoltre, se sono state prese in considerazione e definite le vie di fuga (primarie e secondarie) e i centri di raccolta (non si vedono ancora segnali di questo tipo in centro, né in periferia) e se, a difesa dei suddetti centri di raccolta sia stato previsto personale armato ed equipaggiato in grado di bloccare un veicolo non blindato (con quale tipologia di arma e calibro?). E ancora, se sia stato previsto il servizio di bonifica dei cassonetti e delle fogne (regolare o ad hoc), un piano di contrasto all’uso dei droni (rapaci addestrati, droni-anti-drone), metal detector e cani anti-esplosivo per aree a rischio o ad alta concentrazione di popolazione.

È stata tenuta in considerazione l'eventualità di una minaccia singola o multipla? E Infine, esiste un piano organico integrato della città metropolitana che vada oltre la sintetica linea guida per la difesa civile prevista per la Prefettura? Sono stati previsti corsi e momenti formativi (e non solo informativi) per il personale delle polizie? E gli agenti della polizia municipale adottano procedure standard ed uniformi e hanno ricevuto tutti lo stesso addestramento per la gestione dell’emergenza?

Intendiamoci, non chiedo di avere una risposta alle domande qui poste, bensì la conferma che una risposta a tali domande esista e sia chiara a tutti gli operatori, ai dirigenti e ai politici. Questo sì, lo pretendo, come cittadino e contribuente che è consapevole che tutto ciò abbia un costo: è il costo della sicurezza; ma il costo sociale (e politico) dell’insicurezza sarebbe molto più alto.

*Claudio Bertolotti, esperto di sicurezza, terrorismo, immigrazione

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