Ciao Darwin o dell’involuzione

Trascorrere il sabato sera tra le mura di casa è senz’altro un’esperienza all’insegna del relax, anche nell’ultimo fine settimana di agosto. Nel caso in cui la godibile pausa casalinga coincidesse però con la scelta di guardare lo spettacolo televisivo “Ciao Darwin”, allora il dramma esistenziale trionferebbe sulle agognate speranze di tranquillità.

L’inarrestabile arretramento culturale del nostro Paese passa, soprattutto, attraverso la programmazione delle reti tv. Il palinsesto è impegnato interamente nella stimolazione viscerale delle persone: scavi interiori che portano alla luce il lato oscuro dei nostri concittadini, anziché stimolarne la curiosità e valorizzare la conoscenza verso il mondo intero.

Bonolis, conduttore ideale di “Ciao Darwin”, è certamente uno specialista del genere trash, anche grazie all’ampia esperienza che il medesimo ha maturato, durante anni di attività, nel deridere pubblico e concorrenti. A conferma di quanto scritto, la puntata del 26 agosto scorso è stata caratterizzata da una competizione deprimente tra due schieramenti di persone, raggruppate in “Italiani” e “Stranieri”: un colpo da maestro per coloro in cerca del peggio via etere.

I due blocchi si sono confrontati, durante la puntata, in una serie di giochi banali ma narrati al pubblico quali prove dove in ballo vi fosse addirittura la vita stessa dei partecipanti, ed in seguito (per completare il monumento al nulla) i concorrenti stessi sono stati protagonisti di un dibattito semi demenziale avente al centro i temi dell’immigrazione: alle ragioni degli uni si contrapponevano le osservazioni qualunquistiche degli altri.

Sul tema flussi migratori, quindi, si è presto avviata la parata televisiva del miglior populismo spiccio di origine controllata (d.o.c.), grazie ad uno scambio di battute raffigurante la sintesi di quanto si dice nei bar, al mattino davanti ad un caffè, così come nei “rituali” resoconti giornalistici di parte. Da una lato infatti un fiume di parole dirette ai migranti, ed a favore degli indici d’ascolto, del tipo “Ci togliete il lavoro”, dall’altra sullo stesso canovaccio la risposta “Vi paghiamo l’Inps”; poi ancora dalle fila Italiane “Siamo ospitali non razzisti … però …” ed in risposta “Facciamo i lavori che voi non volete fare”.

Botta e risposta nell’alveo dell’insensibilità sociale assoluta, in mezzo al mare del niente e di quanto viene detto esclusivamente per fornire alibi a tutti. In tal modo si è evitato lo sguardo d’insieme su un esodo che da una parte ha ragioni di carattere umanitario, mentre dall’altra vede quale principale causa il pensiero neo liberista dalle semplici parole d’ordine “sfrutta sin che si può e poi si vedrà a chi attribuirne i costi”.

Sovente mi domando cosa farei nel caso morissi di fame, o di bombe, in uno dei tanti continenti che l’Occidente ha sfruttato per secoli interi. Probabilmente, se in salute, mi armerei di coraggio e sceglierei di prendere posto in un gommone, sedendomi gomito a gomito con decine di altri disperati come me. Attraversare il Mediterraneo in quelle condizioni non può che essere una scelta disperata e coraggiosa, quasi suicida.

Intraprendere la via dell’espatrio clandestino è un terribile terno al lotto giocato con la Morte, anziché con Lottomatica. A tenere in vita coloro che si avventurano in quella follia può essere solo il pensiero di trovare un futuro per le proprie proli ed, in alcuni casi, il miraggio di facili ricchezze immediate.

Sbarcato in Italia, superate le torture degli scafisti ed i controlli di polizia, cercherei forse quell’Eldorado la cui esistenza è di continuo certificata dai Bonolis di turno, ed ai nazionalismi locali contrapporrei la mia appartenenza ad una comunità straniera in terra ostile.

Emigrassi, giungendo in Italia, passerei molto del mio tempo ad evitare di incrociare le forze dell’ordine mentre cadrei in un turbinio di offerte lavorative con paga da fame e rubricabili con il termine “sfruttamento”. Essendo mediamente istruito proverei però ad adattarmi alla cultura ed al senso civico di chi mi ospita, seppur a suo malgrado, muovendomi all’interno della legalità e del rispetto nei confronti della mia nuova terra.

Nel caso contrario, in cui la mia scolarizzazione fosse carente, mi contrapporrei a tutto quanto non mi riconosca, non mi includa, e dopo una giornata di lavoro nei campi sottopagato maturerei una rabbia presto destinata a diventare incontenibile.

Il percorso di pensiero compiuto, rafforza ancor più la mia approvazione nei riguardi della bellissima marcia dei senza casa italiani e stranieri, organizzata in seguito alle assurde e gravi manganellate romane assestate durante gli sgomberi di stabili occupati da profughi eritrei. Gli ideatori del corteo hanno saputo offrire a noi tutti la visione realistica di quanto stia accadendo in Europa: vicende umane complesse ma archiviate con superficialità, facendo leva sulla solita guerra tra poveri cristi.

Partecipare alla marcia capitolina rappresenta davvero una scelta rivoluzionaria poiché si rivolge anche al pubblico di Bonolis, come a tutti coloro che per paura si trincerano nelle loro tradizioni e nel conservatorismo (italiani come stranieri). Un’iniziativa che integra e non separa.

Chiunque cerchi voto e consensi dividendo popoli e genti (cosa che accade anche a Destra come a Sinistra grazie a visioni particolariste da ambo le parti) assume su di sé una terribile responsabilità innanzi alla comunità umana. I manifesti incollati alle fioriere anti attentato collocate in via Lagrange (Torino), bene rappresentano l’attuale clima sociale (“Chiudere le frontiere non le strade”).

Accendere fuochi per tutelare piccoli interessi o visioni ottuse è cosa facilissima, avviare politiche di integrazione lo è ancor più, fortunatamente (basta volerlo fare). Spegnere quei falò, prima che bruci tutto, invece è sovente impossibile senza pagare un pesante tributo in sangue.

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