SACRO & PROFANO

La Chiesa ritrova il Paradiso (perduto) della classe operaia

Tributo dei vescovi piemontesi alla figura del prete operaio che guidò la Gioc negli anni ferrigni del post Concilio. Una testimonianza tornata in auge con il pontificato di Bergoglio. Il ricordo di Panero, coautore del libro sul prete torinese

“Aprirsi a una Chiesa serva e povera” scriveva, raccogliendo la sua esperienza di vita e condensando in quell’esortazione la sua missione, don Gianni Fornero, uno dei primi preti operai (con don Carlo Carlevaris) nella Torino delle fabbriche e dei conflitti, dell’immigrazione dal Sud non ancora digerita e delle lotte di classe. Uno dei primi, forse il più noto, anche per quel suo interpretare in modo innovativo, rivoluzionario per l’epoca, l’impegno del sacerdozio in luoghi che fino a pochi anni prima la gerarchia ecclesiale aveva consentito ai religiosi di frequentare come cappellani del lavoro e che in quegli anni Settanta guardava con diffidenza e, spesso, con contrarietà a quelli come don Gianni, i preti operai: non presenza saltuaria, ma lavoratori tra i lavoratori, partecipi delle lotte sindacali, magari iscritti, come lui, a organizzazioni di impronta marxista qual era la Fiom.

“Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri” disse Papa Bergoglio spiegando la ragione della sua scelta di chiamarsi Francesco. E poi la teologia della liberazione: ce n’era tanta nel prete torinese che, entrato in fabbrica già un anno prima di uscire dal seminario di Rivoli – era il ’67 – con l’autorizzazione e pure l’incoraggiamento del cardinale Michele Pellegrino, seppe tuttavia tenere nei confini che nell’America Latina erano stati ampiamente travalicati verso l’ideologia marxista. Ce n’è tanta nel Pontefice, ma (solo) per chi sbrigativamente e con qualche convenienza definisce il Pontefice “un comunista” o, come accade sempre più spesso in Italia in questi tempi , “l’unico veramente di sinistra”, mentre quella di Bergoglio – come ribadito da attenti osservatori – è la teologia non della liberazione, ma del pueblo.

Quarant’anni dividono, nel tempo, quelle frasi, quelle esortazione a vivere la Chiesa. E, probabilmente, coglie nel segno Tommaso Panero – autore con Silvio Caretto del libro Don Gianni Fornero. Quando Chiesa in uscita si diceva uomini di frontiera (Edizioni Effatà) – quando osserva come “quella parte della chiesa di cui faceva parte don Gianni, delle associazioni cattoliche, delle persone impegnate nel sociale all’epoca faceva pressione sulle istituzioni ecclesiastiche per portare avanti un impegno cui oggi richiama Papa Bergoglio. Oggi, paradossalmente è la Chiesa nella sua massima espressione a fare discorsi non sempre compresi e colti dalla chiesa di base”. E di base, innovativa fino al limite de rivoluzionario per quei tempi, fu la chiesa vissuta da don Fornero tra non poche difficoltà – pur se con l’avallo di padre Pellegrino,“anche se talvolta non sempre era d’accordo, non si oppose mai”come ricorda Panero – che pur nel clima post-conciliare la gerarchia e lo stesso Vaticano non di rado ponevano lungo il percorso dei preti delle fabbriche.

Da tempo quell’esperienza è finita “e in quei modi non è certo riproponibile” come osserva l’autore del testo, figura di spicco del cattolicesimo sociale torinese e per anni a capo della Gioc, la Gioventù operaia cristiana – organizzazione di frontiera, sorta sul modello francese – per poi ricoprire incarichi di peso nel settore dei trasporti, tra i quali ad di Gtt e prima ancora nel sindacato (Fim Cisl a Mirafiori) e dirigere il servizio diocesano per il Terzo Mondo. È finita, con la fine della Torino (e di altre città) delle fabbriche la stagione intensa e discussa dei preti operai.

Don Fornero morirà nel giugno del 2004, ma la sua figura – e qui è l’altro aspetto che segna il cambiamento rispetto a quegli anni, ma anche a quelli più recenti, impresso (anche) dalla salita al soglio pontificio di Bergoglio – oggi viene (addirittura, si sarebbe detto non molti anni addietro) non solo ricordata ma proposta come riflessione, attraverso il libro, alla riunione in preparazione della Pastorale del lavoro che si terrà il prossimo 15 settembre a Susa e vedrà la partecipazione dei vescovi del Piemonte. Il prete operaio che si iscrisse non alla cattolica Fim Cisl, ma alla comunista Fiom “perché riteneva che fosse lì, nell’ambito in cui si seguiva l’ideologia marxista, il luogo in cui condurre l’evangelizzazione, in cui aprire un dialogo non facile ma doveroso”, torna dunque con la sua testimonianza di fede e di impegno ad essere in qualche modo attuale, anche e soprattutto nell’epoca della Chiesa “Povera per i poveri” di Papa Francesco.

Difficile immaginare come e dove, oggi, don Fornero sceglierebbe di dedicare la sua vita di religioso impegnato. “Quella figura dei preti operai, oggi difficilmente avrebbe un senso, anche se i problemi nel mondo del lavoro, dal precariato a diverse forme di sfruttamento, permangono” spiega Fornero che nel libro realizzato con la Fondazione Nocentini ha raccolto numerose testimonianze, analisi e approfondimenti: dalla storica Marta Margotti a monsignor Guido Fiandino, a lungo vicario generale dell’Arcidiocesi di Torino, poi vescovo ausiliare e dal 2008 parroco della Beata Vergine delle Grazie, alla Crocetta. Nei vari interventi – tra cui quelli del sindacalista Fim Claudio Chiarle, dell’ex segretario della Cgil Luciano Marengo, di quello della Cisl Giovanni Avonto e del teologo Giannino Piana – la figura di don Fornero racconta non solo uno spaccato dei travagli della Chiesa a pochi anni dal Concilio e alla prese con un Paese che stava imboccando la lunga stagione dei conflitti sociali, ma anche il rapporto tra la Chiesa e la politica.

“C’era una parte della sinistra che dialogava, un’altra che temeva l’impegno dei cattolici e, quindi, lo contrastava. Così anche nel sindacato – ricorda Panero – dove don Gianni era sì iscritto e militava, ma non è che fosse sempre d’accordo. E quando non lo era, lo diceva”. Per lui, come viene spesso ricordato nel libro, la guida resterà sempre il Vangelo, un messaggio che il prete operaio nella Torino operaia in cui, come osserva Margotti “soltanto alcuni ambienti circoscritti della diocesi si interrogano in modo sistematico sui modi della presenza della Chiesa nella società industriale”. Don Fornero non avrà una sua parrocchia, ma lo saranno le fabbriche (dalla Viberti alla Standa, fino alla Fiat) dove lavorerà come prete operaio. “Eravamo andati a lavorare dicendo: per prepararci a diventare preti dobbiamo conoscere la situazione dei lavoratori, poi abbiamo visto – scriverà negli anni successivi don Fornero – che non era il gioco solo la situazione del prete, ma ben più radicalmente il discorso della fede all’interno della classe operaia”. Che, chissà se è andata in paradiso o dov’altro finita. Il prete operaio là, nelle sue parrocchie rumorose di presse e torni, aveva capito che “una cosa era studiare teologia in seminario e un conto era ripensare le stesse cose a partire dall’ambiente in fabbrica”. 

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2 Commenti

  1. avatar-4
    13:36 Domenica 03 Settembre 2017 già... Ma questi sono sicuri di aver capito....

    …..“La classe operaia va in paradiso” (https://it.wikipedia.org/wiki/La_classe_operaia_va_in_paradiso)?....Mah?!....Sembra che facciano finta di niente....

  2. avatar-4
    12:47 Domenica 03 Settembre 2017 moschettiere Paradiso??

    Che quello sia un paradiso è davvero molto relativo. Questa Chiesa che ormai da tempo non rispecchia nè interpreta la corretta dottrina, usurpa il titolo di cattolica. Pessimi personaggi da Pellegrino a Bergoglio - autentici distruttori - sono venerati come maestri da chi vuole il male della Santa Cbiesa, il che è tutto detto. E le ripercussioni sulla società civile ed il mondo intero sono devastanti. La responsabilità della Chiesa postconciliare, quella che va braccetto con le teorie anticattoliche (dal marxismo in giù) e sostiene dittatori sanguinari della pasta di Maduro, è enorme. E grida vendetta al cospetto di Dio.

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