ANTICIPAZIONI

Chiara e Virginia, facce della stessa medaglia

Un libro-verità scritto da due fuoriusciti del M5s traccia le similitudini tra Raggi e Appendino: inesperte, ciniche, permeabili ai poteri, hanno tradito programmi e impegni

Chiara Appendino e Virginia Raggi “facce della stessa medaglia”. Lo sostiene Supernova, un libro-verità sul Movimento 5 Stelle in cui si raccontano sapidi retroscena del mondo grillino, scritto a quattro mani da Nicola Biondo, primissimo capo della Comunicazione pentastellata alla Camera, e da Marco Canestrari, ex dipendente della Casaleggio & Associati.

Sebbene sulla conquista del Comune di Torino e sulla figura della sindaca non vi siano rivelazioni eclatanti (diciamo tutto arcinoto, più qualche svarione veniale), il racconto offre un quadro d’insieme di un “movimento nato dal basso”, creato da  Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio per ridare lo scettro ai cittadini che, in realtà, si muove, vive e prospera grazie a indicazioni ricevute “dall’alto”. E di una debolezza strutturale di una classe dirigente «cinicamente coltivata dai vertici, debolezza però sulla quale i poteri, le lobby, gli interessi particolari hanno buon gioco. Per questo motivo il MoVimento è permeabile a qualsiasi forte e organizzata falange che più che scalarlo, vuole per interessi propri utilizzarlo. In Italia ma anche all’estero. Il fatto stesso che per governare le città, il MoVimento debba ricorrere a tecnici, ex politici, lobby organizzate, imprenditori inviati da Milano e sottobosco vario, certifica non solo il fallimento ma un pericolo. E una certezza: a nessuno dentro il MoVimento interessa davvero saper governare i territori, migliorare la vita dei cittadini. La mission come dimostrano i casi di Roma e Torino è stata tradita».

TRATTO COMUNE - Come a Roma si chiedono “chi è Virginia, chi l’ha voluta lì, chi la tiene in piedi”, a Torino la sostanza non cambia e qualcuno si fa le stesse domande. “I poteri che sostenevano Fassino appoggiano il neo sindaco?”. Chiara Appendino ha fatto approvare una serie di progetti edilizi per la realizzazione di nuovi centri commerciali, avviati dalle amministrazioni precedenti e che dall’opposizione aveva molto criticato. Ha pure convinto la sua maggioranza a votare per annullare una mozione approvata a novembre dove il MoVimento si impegnava a non utilizzare più gli oneri urbanistici per finanziare la spesa corrente. Ovviamente nel programma elettorale Appendino aveva promesso di non farlo. Come a Roma anche a Torino, quando la realtà delle scelte si scontra con le promesse, si alzano le solite difese: colpa di chi ci ha preceduto. C’è un fatto: entrambi i sindaci hanno fatto gavetta all’opposizione per qualche anno, come facevano a non conoscere i margini di manovra per il loro programma?

Appendino nasce nel cuore della Fiat, nella società sportiva di famiglia, la Juventus. Entrambe - Chiara e Virginia - non muovono un passo senza i loro Rasputin: Raffaele Marra per Raggi (salvo poi scaricarlo come “uno dei 23mila dipendenti comunali” al momento dell’arresto per corruzione), Paolo Giordana per Appendino. Entrambe sono state elette per ridare il potere ai cittadini facendo leva sui ceti popolari, sulle istanze dal basso, per poi finire a corteggiare e farsi corteggiare dal sistema, tradendo ampie fette dell’elettorato di riferimento e i loro stessi programmi.

La prova dei fatti dice che Roma e Torino non sono poi così distanti. Sulla trasparenza: nulla sappiamo sui finanziatori della campagna elettorale. “Sui primi volantini” racconta un’inchiesta dei Radicali sulla base degli accessi agli atti “non c’era il committente responsabile (su quelli più recenti la scritta è stata poi aggiunta a mano)… In nessuna delle forme di propaganda elettorale (social, manifesti, volantini ecc.) è mai comparso il conto corrente elettorale su cui, in via esclusiva, si sarebbero dovuti raccogliere i finanziamenti. E Appendino, nel suo rendiconto, ha sostenuto di aver speso per la campagna elettorale solo 895 euro. Vista la mole di pubblicità che ha rivestito la città – e i mezzi pubblici in particolare – nei giorni tra il primo e il secondo turno elettorale è lecito porsi qualche domanda”.

Per mesi Appendino ha vissuto di paragoni e di fronte al disastro romano è apparsa seria, compita, una giovane borghese digeribile per la Torino che conta. Nel rapporto con il potere ha avuto anche lei un suo “Caronte”, Sergio Chiamparino, governatore del Piemonte, un rapporto che le è valso il soprannome di “Chiappendino”.

Il risultato di questa economia di relazione è stata una lunga, lunghissima luna di miele con la stampa difficilmente spiegabile visti i fatti e che ha creato qualche grattacapo alla leadership del MoVimento. Per svariati mesi si è creata una corrente – composta da influenti giornalisti, opinion maker, imprenditori – che spingeva proprio lei verso Palazzo Chigi come candidata M5s.

Il caso romano-torinese è oltre ogni logica: siamo di fronte all’incapacità di fondare una visione politica della città, posti di fronte ai grandi poteri e ai grandi appetiti si contraddicono, o trovano in alcuni casi sponde in quei settori della politica e degli affari che dai palchi di Internet dicevano di voler abbattere. Ma la domanda vera, a vedere come Raggi e Appendino hanno approcciato il potere e la gestione della realtà, è un’altra: a quali poteri, a quali interessi, a quali lobby, a quali visioni è stato messo a disposizione il MoVimento?

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