LE REGOLE DEL GIOCO

Il Piemontellum finisce in soffitta

Come in parlamento anche a Palazzo Lascaris la riforma della legge elettorale è su un binario morto. Il Pd non la mette più nemmeno tra le priorità dell'ultimo scorcio di legislatura. E così, probabilmente, ci terremo l'odioso listino

Il Pd corre, ma sul tapis roulant. Dove quando smetti sei dov’eri quando avevi incominciato. L’(auto)esortazione ad andare “di corsa”, innalzata ieri a titolo del conclave dei consiglieri regionali piddini alla Cascina Marchesa, non solo rischia in assenza di un traguardo e un percorso certi di portare il partito che oggi governa il Piemonte a sbattere contro il muro del voto nel 2019, ma suona a dir poco paradossale guardando ancora ferma ai blocchi di partenza proprio la legge che dovrebbe modificare il sistema con cui andare alla urne tra meno di due anni.

Le analogie con quanto sta accadendo in Parlamento sono evidenti e il risultato finale di un logorante susseguirsi di annunci e trattative, a Roma come a Torino, non è detto che non conduca ad identica conclusione: nulla cambierà per la legge con cui si andrà a votare per le politiche, altrettanto succederà per la futura nuova composizione del parlamentino di via Alfieri. Anzi, ad oggi e a dispetto delle promesse fatte e quelle che ancora verranno da Palazzo Lascaris e Piazza Castello, potrebbe essere meno improbabile arrivare in pochi mesi a una nuova legge per eleggere i parlamentari rispetto alla stesura dell’agognato (a parole) testo regionale. Pur essendo assai maggiore il tempo a disposizione dell’assemblea presieduta da Mauro Laus.

Tuttavia, visti ormai gli anni trascorsi, più di tre, dall’insediamento di consiglio e giunta e pressoché contestuale annuncio della riforma della legge elettorale come una delle priorità da affrontare e sbrigare come tale, appare difficile immaginare uno sprint capace di smentire la previsione di una conclusione della legislatura con un nulla di fatto sul punto. Che, peraltro, non si sarebbe nemmeno sfiorato nel summit di ieri, suggerendo la tesi che – complice la stasi che ha ampiamente superato il giro di boa di metà legislatura – vorrebbe una malcelata intenzione di lasciare le cose come stanno da parte del Pd, con tutto sommato una sorta di avvallo delle stesse forze di opposizione.

A corroborare questa linea ci son già i ripetuti annacquamenti dei propositi iniziali: un anno dopo la sua elezione Sergio Chiamparino (e con lui il Pd) discettava della modifica dei collegi, nel numero e nelle dimensioni, ribadivano i consiglieri dem il fermo proposito (condiviso dagli altri gruppi) di cancellare il listino del presidente (il candidato eletto si porta in dote un buon numero di consiglieri, fino a dieci, senza che debbano raccogliere una sola preferenza), poi c’era in agenda l’adeguamento alle norme sulla rappresentanza di genere. Oggi, anzi ormai da mesi, il ridisegno dei collegi è stato giubilato: troppo complesso e troppo foriero di difficoltà sul percorso di una condivisione la più larga possibile della norma da parte di tutte le forze politiche così com’è richiesto quando si tratta di scrivere le regole del gioco. Resterebbe l’abolizione del listino e, magari, la possibilità di nominare assessori esterni in numero maggiore rispetto a quanto prevede la norma in vigore. Due aspetti, questi, strettamente connessi al ruolo del governatore. “Non ci vuole molto” rispondeva nella primavera di due anni fa Chiamparino a chi gli chiedeva dei tempi per modificare la legge elettorale. “I tempi mi paiono maturi per mettere in pratica quell’impegno” aveva detto virando verso la seconda metà del suo mandato e suggerendo quella che era apparsa una sollecitazione all’assemblea, fatta ben guardandosi, tuttavia, dal correre il rischio che la sua possa apparire un’ingerenza dell’esecutivo “in una materia che è propria dell’organo legislativo”, come aveva precisato.

Dal presidente del consiglio regionale Laus, poco più di un anno fa era arrivato il termine fissato entro e non oltre i sei mesi “a partire da settembre” per licenziare la nuova legge elettorale. Era arrivato dicembre e nella conferenza stampa di fine anno la norma era sempre citata come prioritaria. Nel frattempo il lavoro preparatorio condotto da uno dei segretari d’aula, Gabriele Molinari, aveva raccolto dai gruppi indicazione pressoché unanime sul via libera all’abolizione del listino. Ancora Laus aveva convocato un tavolo sulla questione.

Insomma ogni volta, ad ogni annuncio, sembrava questione di poco tempo. Invece il tempo è passato e quello che resta non è poi molto: da qui a fine anno ci sono le questioni relative al bilancio, in primavera si sarà in piena campagna elettorale per le politiche e ci si avvierà verso quella parte finale della legislatura regionale in cui mettere mano al sistema con cui andare al voto risulterebbe assai più complicato di quanto non lo sarebbe stato farlo all’inizio. Certamente, nessuno può escludere una rincorsa, uno sprint che porti il porto il Piemontellum. Per farlo bisognerà correre. L’importante è non farlo sul tapis roulant.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    08:08 Sabato 09 Settembre 2017 tandem Per la serie "finte riforme"

    La verità è che nessun partito vuole l'abolizione del listino perché serve a sistemare sfaccendati vari, politici trombati, amici amanti e parenti. Questa è la politica di oggi a cui nessuno si sottrae.

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