Il vero derby nel Pd

Diciamoci la verità. Non c’è nessun derby nel Pd - e a maggior ragione nel Governo - tra Minniti e Delrio o altri ministri Pd sul tema dei migranti e della gestione concreta dell’immigrazione. Certo, tutti conosciamo la reazione del centrodestra sull'iniziativa decisa e coraggiosa intrapresa da Minniti: un plauso generalizzato. Ovvero, un Governo di centrosinistra che viene applaudito a scena aperta dal centrodestra perché, sostengono gli esponenti più autorevoli di questo campo, sarebbero state copiate e declinate le politiche e le parole d’ordine caldeggiate e sostenute da svariati anni proprio dalla destra. Vero o non vero che sia, forse è persin auspicabile nonché positivo che ci sia una convergenza politica seria e trasparente su un tema drammatico come quello del governo dell’immigrazione.

Il punto vero, come quasi tutti sanno all'interno del Pd, non è però lo scontro virtuale e sostanzialmente inventato da alcuni organi di informazione sui migranti, ma semmai sulla reale gestione del partito. Ovvero, per essere ancora più chiari, il vero derby è tra i sostenitori del “partito personale”, per dirla con Ilvo Diamanti, e il “partito plurale”. Ovvero tra chi ritiene che il partito si debba identificare organicamente ed esclusivamente con il suo “capo” o il suo “leader” e chi, al contrario, ritiene che un partito, al netto del ruolo del suo gruppo dirigente frutto di una legittimazione democratica attraverso le primarie, deve perseguire e garantire una gestione collegiale riconoscendo appieno quella pluralità che resta la vera specificità del Partito democratico sin dalla sua fondazione. Ed è proprio su questo versante che si gioca la credibilità e la stessa unità del Partito democratico, dopo la dolorosa e grave scissione dello scorso anno. E questo, soprattutto alla vigilia delle ormai prossime elezioni politiche e formazione delle liste, è un tema che non può e non deve essere sottovalutato.

Certo, il profilo dei partiti contemporanei è sufficientemente noto per essere descritto. Dopo i grandi partiti popolari, di massa e democratici del passato, oggi ci troviamo di fronte a “partiti personali” che si riconoscono nel proprio leader a prescindere. È, piaccia o piaccia, la prassi. Va detto che il Pd, forse, resta l'unico e ultimo partito che almeno si pone questo tema. Ovvero, quello di saper coniugare il carisma del leader con il pieno riconoscimento del pluralismo interno. Ma, detto per inciso, questo resta il vero derby politico all’interno del Pd. Il testo appartiene solo al mondo delle chiacchiere.

*On. Giorgio Merlo, Direzione nazionale Pd

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