RETROSCENA

Renzi in lista, altolà dal Piemonte

L’ipotesi di una candidatura “nostrana” non scalda l’entusiasmo dell’intendenza piddina locale. Anzi, persino i pretoriani del leader sconsigliano la corsa in una terra tradizionalmente ostile ai capi decisionisti. Meglio il “collegio di Arezzo”

Renzi candidato in Piemonte? Mah, non è cosa”. La moral dissuasion, con parole assai più misurate e ammorbidite dai canali della diplomazia dem tramite cui sta giungendo al Nazareno, è partita da Torino quando ancora l’eventualità non è quasi neppure sussurrata. A più di un piddino di rango – non certo immune da possibili conflitti di interesse elettorali – è bastato leggere uno dei tanti rumors circa le future decisioni del segretario su dove mettersi in lista per non perdere tempo e, sommessamente, ricordare a chi sta vicino al Capo che sotto la Mole e nei dintorni i Capi non hanno mai avuto grandi fortune. Capitò a Bettino Craxi così come a Berlusconi. E i due casi di uomini forti e soli al comando bastano senza scomodarne un terzo, dalle brume della storia, per raccontare della freddezza sabauda anche quando le folle acclamanti riempivano le piazze e non osannare chi le arringava poteva costare molto caro.

Consiglio del tutto disinteressato? Macché. L’entusiasmo di un corridore che fora in vista del traguardo colto anche tra i renziani alla notizia di una possibile candidatura dell’ex premier nella lista del Senato in Piemonte la dice lunga su quanto sia fin d’ora teso il clima che si respirerà in casa Pd da qui alle urne, passando appunto per le forche caudine della composizione delle liste. Renzi ha detto e ripetuto – incespicando pure sulla geografia elettorale indicando il collegio senatoriale di Arezzo, mentre è quello dell’intera Toscana – che ha intenzione di misurarsi con le preferenze e per questo (anche se non solo) punterà a Palazzo Madama.

La legge, a meno di modifiche, permette tuttavia di candidarsi per la Camera Alta in più di una regione. Scontata la Toscana, fonti vicine al Giglio Magico prospettano come ulteriore terreno di conquista di voti da parte di Matteo la Campania e la Lombardia o, in alternativa a quest’ultima, il Piemonte. Se così fosse il segretario si troverebbe a gareggiare – la preferenza è unica – con Piero Fassino, ormai impegnato nella lunga marcia che nei desiderata non dichiarati dovrebbe portarlo non solo agevolmente a un seggio a Palazzo Madama, ma a anche e soprattutto a quello oggi occupato da Pietro Grasso. Assai poco propenso a rinunciare alla corsa senatoriale (se non costretto da un rifiuto opposto alla richiesta di deroga per i consiglieri regionali) il presidente dell’assemblea di Palazzo Lascaris, Mauro Laus, sarebbe un altro nome pesante cui – se terrà la linea prospettata da Renzi stesso – si aggiungeranno quei parlamentari che hanno sulle spalle (si fa per dire) tre o più legislature e che il segretario sarebbe disponibile a lasciarli nuovamente competere a patto che lo facciano raccogliendo preferenze. E in quella lista che, vista l’estensione del territorio, sono richieste energie fisiche e risorse, anche finanziarie.

Per ciascuno di loro, soprattutto per chi ha maggiori probabilità di essere eletto, l’avere il leader in lista sarebbe senza dubbio un traino – pur con le premesse “storiche” di cui sopra – ma comporterebbe un margine di rischio: nel caso di vittoria, pressoché certa in ognuno dei tre collegi, Renzi dovrebbe optare per uno liberando un posto ciascuno negli altri due. E lì, è storia vecchia, si aprono le porte a giochi e manovre temute e sperate a seconda della posizione in cui ci si trova. Metti che opti per il Piemonte per liberare un posto in Toscana. Ecco perché forse sono più quelli che lo pensano di quelli che lo ammettono che “Renzi candidato in Piemonte non è cosa”. Non cambierebbe la situazione neppure se cambiando le strategie annunciate il segretario dem scegliesse di fare il capolista alla Camera. Qui le maglie della legge si fanno più larghe. E in questo caso le probabilità della scelta del Piemonte per uno dei collegi salgono parecchio. Semmai dovesse succedere, quello sarebbe un territorio dove gli aspiranti deputati indigeni (salvo l’arrivo di paracadutati) dovranno mettere in conto, per vincere, di dover raccogliere il maggior numero di preferenze. Nessuno escluso. Eccetto il capolista. Che se si chiamerà Renzi farà dire a più d’uno “non era cosa”.

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