Ossigeno alla Sanità

Mentre la discussione in merito all’utilità o meno delle vaccinazioni prosegue senza sosta, coinvolgendo scuole nonché presidi e soprattutto bambini, gli effetti devastanti dei tagli apportati ai capitoli di spesa regionale della sanità sortiscono i loro devastanti effetti.

Le prime riduzioni di posti letto negli ospedali, vendute anni addietro agli elettori quali misure necessarie ma innocue, hanno riversato sulle spalle delle famiglie le premature dimissioni post operatorie dei propri cari. La diminuzione del numero di degenze, nei reparti di ogni struttura sanitaria, costringe quotidianamente i pazienti congedati anzi tempo a saccheggiare i risparmi di una vita al fine di poter essere accolti in altre strutture riabilitative, oppure per ripiegare verso personale infermieristico domiciliare.

Il numero degli ospedali piemontesi chiusi o trasformati in presidi sanitari è elevato, e di conseguenza il rischio di abbandonare interi territori a se stessi diventa, in molte aree della nostra regione, un dato a riscontro reale. I tagli si traducono anche in una qualità del servizio che appare ogni giorno più precaria, appesa ad un esile filo in procinto di strapparsi clamorosamente.

Gli effetti di quanto sin qui narrato trovano abbondante riscontro nei fascicoli aperti presso il Tribunale dei diritti dei malati, nonché nella corrispondenza destinata al difensore civico piemontese. La sanità pubblica sembra ad un passo dall’agognata privatizzazione, costante speranza di profitto per gli imprenditori del settore, mentre i segnali del suo disfacimento si palesano innanzi a quei piemontesi che loro malgrado si trovano nella necessità di ricorrere a cure. Liste di attesa infinite, ed incertezza su quanta attenzione possa essere dedicata a coloro che superano la soglia dei Pronto soccorso, sono tra gli effetti più evidenti del graduale abbandono della sanità da parte delle istituzioni piemontesi. Gli esempi in merito potrebbero essere molti altri.

Il caso, od il destino se si preferisce, a volte è davvero dispettoso e può sovrapporre il malanno di un giovane torinese, vittima di una patologia autoimmune, al caos conseguente un attacco di panico collettivo in piazza San Carlo. Il ragazzo nella notte del 1 giugno scorso è stato accompagnato al Pronto soccorso del C.T.O. a causa di un forte dolore toracico: l’avvio di un percorso tortuoso che interseca disfunzioni sanitarie, lunghe attese e terapie inadatte per la sua malattia. La sofferenza illustrata ai medici, inizialmente ipotizzata quale conseguenza di un trauma, non è il frutto di una lesione ma sintomo della patologia di base di cui egli soffre da tempo. Si tratta di una rara malattia autoimmune i cui segnali colpiscono organi e parti varie del corpo, determinando così innumerevoli problemi nel diagnosticarne l’origine. Al Pronto soccorso, in assenza di immunologi, gli è stato quindi prescritto un antidolorifico prima di dimetterlo e disporre una visita presso il Centro Malattie Rare (chiuso il sabato e la domenica).

Nel fine settimana purtroppo i dolori non sono passati, per cui la sera del 3 giugno, in piena emergenza conseguente i fatti di piazza San Carlo, il giovane paziente è stato portato dai familiari all’ospedale Mauriziano, nella vana speranza di poter contare sulla visita di uno degli specialisti normalmente in servizio presso il reparto di immunologia. Trovatisi nel pieno caos, tra le vittime dell’attacco di panico collettivo, i medici si sono limitati a prescrivere un farmaco più forte: il male è stato temporaneamente alleviato ma il problema è rimasto con tutta la sua complessità.

La settimana seguente il ragazzo è stato finalmente visitato da un immunologo presso il Centro Malattie Rare. In questa ultima sede gli sono stati tolti i farmaci precedentemente prescritti, sostituendoli con una piccola dose di cortisone che ha fatto rientrare il problema immediatamente. E’ evidente che se fosse stato presente uno specialista di patologie autoimmuni presso il primo Pronto soccorso, il paziente avrebbe potuto risolvere il suo malessere evitando la somministrazione di medicinali sostanzialmente inutili e soffrendo quindi meno. Il pensiero corre a cosa sarebbe potuto accadere se al suo posto vi fosse stato un malato autoimmune grave, magari afflitto da pesanti insufficienze organiche contro cui gli usuali medicinali sono inadatti se non addirittura aggravanti le conseguenze.

A Torino durante il fine settimana è esclusa la presenza di immunologi nei Pronto soccorso degli ospedali dotati del reparto di immunologia, neppure è prevista la possibilità che vengano chiamati in consulenza esterna (opzione lasciata alla discrezionalità dell’ospedale stesso). L’opzione stessa è invece assolutamente interdetta presso gli ospedali dove non esiste neppure il reparto di degenza di immunologia.

Nel caso in cui nella giornata del sabato, così come durante la domenica, si presenti un paziente afflitto da un problema immunologico, questi viene stabilizzato (per quanto possibile) rimandando la cura al lunedì seguente. La facoltà in capo alle strutture ospedaliere di rivolgersi a consulenti esterni è spesso negata nel nome del risparmio.

In tempi recenti sono state impegnate risorse importanti al fine di ristrutturare il Pronto soccorso del Mauriziano, servizio di primo intervento dove le sale di medicina erano separate da quelle di chirurgia: un accorgimento utile per non contaminare i pazienti chirurgici degli eventuali problemi virali affliggenti gli altri degenti. Attualmente il Pronto soccorso del Mauriziano, terminata la ristrutturazione, è munito di un’unica stanza di attesa che accoglie tutti i pazienti, indistintamente, ed inoltre questa è priva di percorsi protetti per gli immunosoppressi. Le mascherine, atte a proteggere i pazienti tormentati da tali patologie, sovente non vengono neppure distribuite e tanto meno si forniscono le corrette istruzioni per il loro utilizzo. In sintesi, si risparmiano soldi sulle consulenze esterne poiché sovente si preferisce spenderli in ristrutturazioni poco funzionali e potenzialmente dannose.

Probabilmente la tempesta abbattutasi in questi mesi sul tema vaccini nasconde il vero nocciolo del problema sanitario italiano: tagli a scapito dell’assistenza alle persone. In molti Paesi europei, ad esempio, si “consigliano fortemente” alcune vaccinazioni, ed interi uffici del sistema sanitario sono strutturati per dialogare con i genitori riluttanti, anziché rivestire funzioni puramente repressive in linea con un sistema oramai a pezzi che di riflesso nega ai ragazzi anche il diritto allo studio.

Paradossi di un’Italia allo sbando totale, ostaggio di una classe politica in gran parte assente oppure devastante laddove, raramente, si ricorda di essere stata eletta per fare qualcosa a beneficio della collettività: statisti ad ore e perennemente in difetto verso il Paese. 

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