CALCIO & GIUSTIZIA

Cartellino rosso per Agnelli: inibito per un anno

È la decisione del tribunale federale nel processo sportivo per i presunti legami tra la dirigenza bianconera e il mondo degli ultrà. Ammenda di 300mila euro per la Juventus che farà appello - LEGGI LA SENTENZA

È da poco stato nominato alla testa dell’organizzazione dei principali club europei, ma adesso è stato sanzionato dalla Federazione italiana Gioco Calcio. Inibizione di un anno per Andrea Agnelli e 20mila euro di multa. Un anno anche per l’ex direttore commerciale della Juventus Francesco Calvo e il responsabile della biglietteria Stefano Merulla. Per Alessandro D’Angelo, responsabile della sicurezza della società, un anno e tre mesi. È la sentenza del tribunale sportivo della Figc al termine del processo per il “caso biglietti” nato sugli atti dell’inchiesta “Alto Piemonte” della Direzione distrettuale antimafia. (LEGGI QUI LA SENTENZA)

In sostanza è stato riconosciuto un “modus operandi” nei contatti con gli ultras e nella cessione di biglietti. Tuttavia i giudici romani escludono i contatti con la malavita organizzata su cui puntava l’accusa, rappresentata dal procuratore federale Giuseppe Pecoraro, che contestava gli incontri con Rocco Dominello, ultras i cui fratelli erano stati arrestati per mafia nel 2012, poi arrestato insieme al padre il 1° luglio 2016, e con Loris Grancini, capo dei “Viking” di Milano.

Pecoraro aveva così chiesto un’inibizione più lunga per il presidente bianconero, due anni e sei mesi e 50mila euro. Due anni per D’Angelo, uno e mezzo per Merulla e sei mesi per Calvo. Il tribunale presieduto da Cesare Mastrocola si è discostato da quella domanda, pur ammettendo che dall’inchiesta “sono emersi elementi di chiara colpevolezza a carico degli odierni deferiti, e, conseguentemente della società”. 

Gli elementi riguardano la violazione della regola sulla cessione dei biglietti. I giudici hanno ritenuto che “la ratio della norma è stata completamente stravolta”: se quella regola è stata fatta per evitare violenze tra tifosi, i dirigenti della Juventus l’hanno violata “al dichiarato fine di mantenere l’ordine pubblico nei settori dello stadio occupati dagli ultras ed i buoni rapporti con la tifoseria”, un “vero e proprio modus operandi di una delle società più blasonate a livello europeo”. Il tutto senza mai essere stati minacciati, ma per “un normale e collaudato rapporto di fiducia reciproca”, al punto che alcuni capi ultras venivano “addirittura condotti ad incontri con la massima dirigenza juventina”. La colpa, quindi, viene imputata a Calvo, Merulla e D’Angelo, ma anche ad Agnelli. Sebbene la difesa - rappresentata dall’avvocato Luigi Chiappero e dal professore Franco Coppi - aveva chiesto l’assoluzione di Agnelli affermando che lui aveva delegato i suoi sottoposti e non poteva sapere nulla. Per il tribunale il “lunghissimo lasso temporale” (cinque stagioni) e la “cospicua quantità di biglietti e di abbonamenti concessi illegittimamente” dimostrano che il management sapeva e “si ritiene siano stati quanto meno tacitamente accettati dalla Presidenza”. I giudici annotano inoltre che Agnelli non ha mai assegnato formalmente delle deleghe e, anche se lo avesse fatto, non ha attuato controlli sui suoi dipendenti, al punto che nessuno si preoccupa di eventuali sanzioni da parte del loro capo. Per questo il tribunale federale ritiene “che l’Agnelli, con il suo comportamento abbia agevolato e, in qualche modo avallato o comunque non impedito le perduranti e non episodiche condotte illecite”.

Il tribunale, però, salva il presidente della Juventus su alcuni punti. Agnelli viene prosciolto dall’episodio che riguarda l’ingresso dello striscione contro il Torino all’interno dello Stadium in occasione di un derby: non è emersa una prova che ne dimostra la consapevolezza e l’autorizzazione preventiva. Per questo episodio è stato quindi condannato soltanto il security manager D’Angelo, al corrente del gesto degli ultras.

Più benevolo, infine, il giudizio sui presunti “incontri con esponenti della malavita organizzata” denunciati da Pecoraro. Sui rapporti con Rocco Dominello, l’ultras condannato per associazione mafiosa in quanto ritenuto un esponente della ‘ndrangheta, i giudici scrivono che “tale frequentazione avvenne in maniera decisamente sporadica ma soprattutto inconsapevole con riferimento alla conoscenza del presunto ruolo malavitoso dei soggetti citati”. Per i giudici la “presunta appartenenza dei citati soggetti a cosche illecite, venne resa pubblica in epoca successiva rispetto ai rapporti intercorrenti tra la dirigenza e la tifoseria, e che non appena appresa la notizia connessa allo status malavitoso, ogni contatto ebbe immediato termine”. Certo, i giudici dimenticano una cosa: i fratelli di Dominello erano stati arrestati nel 2012 e qualcuno nell’ambiente vicino alla Juventus lo sapeva molto bene. Il club di corso Galileo Ferraris, però, non si fermerà qui e farà appello al secondo grado della giustizia sportiva, con la speranza che l’inibizione sia annullata o, almeno, ridotta.

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