DIRITTI & ROVESCI

“Il buonismo fa male a tutti”

Non si combatte la paura e gli integralismi affibbiando etichette. L’intellettuale iracheno, naturalizzato italiano, Tawfik concorda con Laus: “Scossa salutare, occorre rompere l’ipocrisia”. E porta a esempio la sinistra realista di Carpanini

“C’è troppo buonismo gratuito. E il buonismo oggi fa male”. Nel 1979 quando lasciò la sua città, Mosul, e il suo Paese, l’Iraq, da un mese nelle mani di Saddam Hussein, per arrivare in Italia, a Torino, Younis Tawfik aveva poco più di vent’anni. Ne avrebbe attesi altrettanti per diventare cittadino italiano, passando per ben tre dinieghi. Nel frattempo era già uno scrittore di successo, insegnava all’Università e continuava a coltivare la passione per Dante che gli consentì di emigrare per ragioni di studio, anche se quelle più vere e irrinunciabili sono racchiuse nella descrizione che l’intellettuale dà di sé: un “esule volontario”. Mai stato profugo: «Richiedere asilo politico avrebbe significato provocare ritorsioni del regime nei confronti dei miei famigliari» spiega lo scrittore che nel 2008 perderà il fratello ucciso dai terroristi islamici. «Preferii bussare a tante porte cercando un lavoro che poi ho trovato e costruirmi la mia vita qui».

Musulmano, Tawfik da anni dirige il Centro culturale italo-arabo Dar al-Ikma a Porta Palazzo, è una delle voci più autorevoli dell’Islam che ormai, per differenziarlo dagli eccessi e dalle devianze, viene definito moderato. Nette, dure, da sempre invece le sue prese di posizione proprio contro le devianze, gli integralismi. E così, come senza giri di parole boccia il buonismo dilagante in una certa parte della politica e del mondo della cultura rispetto al fenomeno dell’immigrazione con il suo fardello di problemi e di conseguenze, lo scrittore iracheno naturalizzato italiano promuove senza riserve quella «scossa necessaria e salutare» che dalle colonne dello Spiffero ieri il presidente del Consiglio regionale, il dem Mauro Laus ha dato alla sinistra e, innanzitutto, al suo partito.

«Laus parla con sincerità e sorpassa un certo stile della politica, quello del dover dire spesso ciò che non si pensa. Sono convinto che nel Pd ci sono persone che sono d'accordo con Laus ma non lo dicono per paura di essere etichettati come razzisti. Questo, però, non è razzismo – precisa l’intellettuale condividendo il fulcro dell’intervento dell'esponente dem –. Questa è una real politick della strada, della politica dello stare tra la gente, come a Torino faceva Domenico Carpanini». Il ricordo del vicesindaco di Torino, morto nel 2001, non è solo l’omaggio a una «persona come poche», è per lo scrittore musulmano che nella città della Mole vive ormai da più di trent’anni l’immagine di una sinistra lontana, diversa da quella di oggi. Alla quale «serve una scossa» così come «alle coscienze della politica, togliendo  un velo pesante di ipocrisia. La sinistra dice “stiamo dalla parte del debole”, ma se lo fa così il risultato è di procurare del male proprio al suo bacino storico di persone che si affida a lei. Ci vuole una strategia – incalza Tawfik –  e il buonismo non lo è e non può esserlo».

Rispondere alle paure e ai disagi provocati dalle ondate migratorie con l’accusa sbrigativa quanto pesante di razzismo, se è profondamente sbagliato per il presidente del Consiglio regionale, lo è perlomeno altrettanto per chi la condizione di profugo – anche se mai richiesta – e di esule l’ha vissuta sulla sua pelle. E, oggi, nel Centro culturale di Porta Palazzo ha un osservatorio, meglio un termometro della temperatura che sale al salire della tensione. «Io stesso che dall’85 sono in questa associazione che si occupa dei diritti dei più deboli, degli immigrati oggi mi trovo in seria difficoltà:  con questa ondata di nuovi arrivi ci siamo trovati a dover pagare la reazione della gente, del disoccupato, di chi ha pura. E sono timori reali, giustificati. Qui a Porta Palazzo esistono sacche di profughi, molti minorenni, che sono accaniti dal punto di vista delinquenziale, e ci sono molti che non hanno nulla a che fare con la condizione di profugo».

Anche sulla cittadinanza, quella che egli ha dovuto attendere per vent’anni vedendosi respingere ben tre volte la richiesta, Tawfik dice parole, per molti, scomode: «Adesso la cittadinanza quasi la si regala, conosco persone che non sanno mettere due parole di italiano insieme e sono cittadini italiani. Io ho fatto un anno di corso a Perugia per imparare l’italiano». Insomma, «ha ragione Laus quando sostiene che chi arriva deve essere consapevole che non è stato invitato, ma ha deciso di venire lui qui, come ho fatto io. E deve sapere che ci sono diritti, ma anche doveri. Non si può approfittare dell’accoglienza e basta: qui al Centro ho aiutato quattro profughi iracheni rimandati indietro dalla Norvegia e dalla Germania, abbiamo dato loro da dormire e da mangiare e appena hanno ottenuto i documenti e lo status di rifugiati sono spariti». Chissà se anche loro hanno, come dice lo scrittore «il corpo qui, in Occidente, ma la testa altrove»?.

Conviene, Tawfik, sul fatto che «l’Islam agli occhi dell’Occidente appare una religione retrograda, ma questo accade – puntualizza – per una interpretazione troppo deviata ed esagerata. Non c’è un testo nel Corano che dica che la donna deve coprirsi completamente, ma anche se fosse così, io con tutto il rispetto, dico che se le donne vogliono vestirsi così lo devono fare nei loro Paesi, non possono girare in Europa come fossero una cosa tutta nera. Queste persone mi fanno pietà, mi fanno star male: perché una donna deve stare nel buio del burqa?».

E ancora una domanda che racchiude la risposta su un tema che, nonostante gli sforzi di chi ne sostiene la bontà, finisce per essere assimilato da chi lo contesta alle conseguenze negative dell’immigrazione: «La legge sullo Ius soli è una buona legge? Sì. Credo sia più giusto e naturale concedere la cittadinanza italiana a chi nasce e cresce qui, che non darla a persone che neppure sanno cos’è l’Italia». Magari a qualcuno di quei «giovani che vedo radunati che non fanno nulla, cosa aspettano, Godot? Quando Saddam aprì le porte a cinque milioni di egiziani, gli iracheni mostrarono ospitalità e accoglienza, ma quando gli immigrati, arabi e musulmani come loro, presero a importunare le donne, a delinquere, allora scattò la rivolta, la ribellione e dovette intervenire Saddam stesso per evitare che degenerasse. Cosa vuol dire questo? Che ci vogliono diritti, ma occorre rispettare i doveri e chi protesta per paura e disagi non va liquidato come razzista, ma gli si devono dare risposte concrete».

Altra immagine dal passato: «Quando arrivai in Italia, c’era molta più solidarietà, le vecchiette portavano da mangiare o il vestito che il marito non metteva più, ai marocchini che vendevano, i vu cumprà, adesso le vecchiette hanno paura. Hanno paura, ma non sono razziste» dice l’intellettuale che ormai considera «l’Italia il mio Paese». Lo pensava ancor prima che gli venisse, finalmente, concessa la cittadinanza. Così come pensa, e lo ripete, che «il buonismo fa male a tutti».

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