Leader o capi?

Verso la metà degli anni duemila, e con uno straordinario intuito profetico, Mino Martinazzoli, l’ultimo segretario della Dc, disse che una delle differenze fondamentali tra la prima e la cosiddetta seconda repubblica era che “nella prima in politica c’erano i leader, mentre nella seconda ci sono solo più i capi”. Una frase straordinaria anche se quando Martinazzoli la pronunciò dovevano ancora arrivare al vertice dei rispettivi partiti Renzi, Salvini e Grillo.

Ora, pur senza indulgere troppo sul quel richiamo, è indubbio che proprio nella differenza tra i “leader” e i “capi” risiede una diversità cruciale tra una politica che è anche pensiero, elaborazione, rappresentanza e collegialità e una politica fatta di selvaggia personalizzazione, di cortigianeria, di fedeltà e di mediocrità della classe dirigente. E, del resto, è proprio quello che registriamo quotidianamente. Cioè, una politica fatta, gestita, promossa e propagandata dal “capo” e accompagnata dalla grancassa mediatica di tutti i cortigiani che ripetono pedissequamente, e anche un po’ noiosamente, il verbo del “capo”. E quando spunta qualche dissenso, individuale, o peggio ancora organizzato, l’invito è quello di abbandonare gentilmente la nave e scendere il prima possibile. Del resto, nei “partiti personali” funziona così. Chi dissente tolga il disturbo, chi resta esalti il più possibile il “capo”. Dopodiché chi esalta di più e meglio degli altri sarà premiato, appunto, dal “capo” con le candidature, i posti di governo e di sottogoverno e via discorrendo. È la prassi, normale, del “partito personale”.

Tutto un altro registro, invece, quando c’erano i “leader”. Lì, innanzitutto è indispensabile possedere una forte e spiccata autorevolezza politica e culturale nel guidare una grande organizzazione politica. In secondo luogo il riconoscimento del pluralismo è insito e strettamente connaturato al profilo di quel partito. E, soprattutto, la collegialità decisionale e la democrazia interna sono rigorosamente rispettati. Così a livello nazionale e così a locale, come ovvio.

Ma allora sorge una semplice domanda: dobbiamo rassegnarci ai “partiti personali”, cioè alla cultura del “capo” oppure sarà ancora possibile tornare ai “partiti plurali” dove c’erano i leader e dove la politica non si riduceva agli ordini da eseguire? La risposta, come ovvio, non arriva per decreto ma solo e soltanto attraverso la politica e la sua capacità, nei rispettivi partiti, di saper invertire la rotta e di promuovere una prassi politica che sappia riscoprire la democrazia interna, che esalti e valorizzi i talenti liberi, che riconosca il pluralismo e le culture politiche e che, in ultimo, non riduca i soggetti politici previsti dalla nostra Costituzione ad essere dei meri comitati elettorali con l’unica finalità di propagandare il verbo del capo. Tutto ciò è possibile. È solo una questione di volontà politica.

*On. Giorgio Merlo, Direzione nazionale Pd

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