Ufo di Stato

Qualche giorno fa a Rho, cittadina della provincia di Milano, si è tenuta una conferenza di argomento ufologico. Niente di eccezionale, se non il fatto che la conferenza avesse avuto il patrocinio del Comune. Naturalmente le opposizioni hanno trovato gioco facile ad attaccare la maggioranza e i media ci sono andati a nozze con articoli ironici. L’amministrazione si è difesa affermando che si è trattato di un patrocinio gratuito, concessione fatta anche ad altre associazioni. Il patrocinio gratuito del Comune consisteva nell’uso a titolo gratuito di una sala conferenza. In realtà qualche costo c’è, tipo l’energia elettrica o l’acqua per l’uso dei bagni rimanendo sul generico. Questi problemi nascono quando è il pubblico ad intervenire, perché se l’associazione avesse affittato una sala conferenze privata pagando la sala di tasca propria o trovando uno sponsor privato nessuno avrebbe avuto niente da dire: ognuno con i propri soldi ci fa quello che vuole. Ma non è un caso isolato. Qualche anno fa il comune di Arcore in occasione del giorno della memoria organizzò un convegno invitando una studiosa che negava l’esistenza delle uccisioni nelle foibe. Questo caso è ancora più grave perché non si tratta di un patrocinio più o meno gratuito, ma rappresenta una vera e propria spesa per il comune. Come valutare spese come queste?

L’amministrazione di Rho ha dato una risposta apparentemente pilatesca, ma in realtà con un suo fondamento. Se la sala convegni è del comune, quindi a disposizione dei cittadini, come negarne l’uso all’associazione ufologica? I membri dell’associazione che si interessa di Ufo pagano le tasse come tutti gli altri cittadini e di conseguenza possono vantare una pretesa sui beni pubblici. Può non piacere, ma è così. Il problema nasce dalla eccessiva estensione dei compiti statali che includono anche educazione e cultura. Il caso del convegno che negava il fenomeno delle foibe è ancora più significativo, perché l’amministrazione per motivi ideologici spende del denaro pubblico per negare la realtà.

Si potrebbe pensare di risolvere usando un qualche criterio di scientificità, ma chi stabilisce questo criterio e chi decide quale iniziativa lo rispetti e quale no? È la classica festa patronale in che categoria rientrerebbe? Non sempre sarebbe un criterio utilizzabile e rimane il fatto che anche chi propone iniziative strampalate paga le tasse ed è legittimato a chiedere di utilizzare i beni pubblici.

Sarebbe necessario che lo Stato anche nelle sue articolazioni territoriali si ritirasse sempre di più dalle vite dei cittadini, lasciando loro l’iniziativa di animare le comunità. Ritirandosi lascerebbe più soldi in tasca ai cittadini, che a quel punto non avrebbero problemi ad affittare una sala per una conferenza.

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