PRESENTE & FUTURO

Abbiamo perso la “vocazione”

Mancano progetti e visioni, il principale problema di Torino è nel suo tessuto industriale con poche medie imprese. Studenti con scarse prospettive. L’analisi del professor Cantamessa, artefice dell’incubatore del Politecnico

“Fa effetto vedere certificati con dati e tabelle i sintomi di una malattia che percepivamo da tempo. Lo ammetto, sono preoccupato”. Marco Cantamessa, ordinario al Politecnico di Torino, dove ha gestito l’incubatore d’imprese I3P, ha scrutato per anni la città da un osservatorio privilegiato, ne ha visto i «segnali deboli di ripresa, che pure ci sono» ma soprattutto «la crisi di vocazione, di progetti e di classe dirigente». Il 18° Rapporto Rota, presentato questa mattina, offre del capoluogo piemontese un’immagine impietosa. Una città di fatto in declino: basti pensare che a Torino, nel 2016, hanno aperto i battenti 13.889 nuove imprese, il dato più basso dal 1995, cioè da quando sono disponibili i dati “e, nelle statistiche sulle start up innovative, dal 2016 ci superano centri come Bologna e Napoli”. Il capoluogo piemontese risulta infatti penultimo nel centro-nord per valore aggiunto prodotto, penultimo per produttività, e tra il 2008 e il 2016 ha fatto registrare il secondo peggior saldo tra natalità e mortalità d’impresa, superata in negativo soltanto da Messina. Il contributo dell’industria manifatturiera al valore aggiunto è sceso al 17,4%, meno che a Firenze o a Bologna. E anche la nuova economia dei servizi non ha compensato il declino industriale.

Milano ormai neanche la vediamo più. Altro che realtà in fermento. «C’è una situazione di stallo preoccupante, di una città in declino demografico e che ha perso una parte della sua vocazione industriale e manifatturiera, senza sapere cosa stia diventando» afferma il professor Cantamessa, da poco designato al vertice della Compagnia Valdostana delle Acque. «Non voglio entrare nello stucchevole dibattito sulla necessità o meno di investire e sulle “colpe degli altri” – premette – il problema è come e dove collocare le risorse e la necessità di verificare i risultati che sul lungo periodo danno gli investimenti pubblici. A Torino, per esempio, temo che non abbiano fatto da catalizzatore, identificando le realtà più dinamiche e imprenditoriali sulle quali agire per innescare processi virtuosi autonomi ma, invece, siano serviti da reagente, per compensare la mancanza di dinamismo. E, una volta chiusi i rubinetti, la città è tornata a fermarsi».

Il capoluogo piemontese non è più uno dei vertici del triangolo industriale, certifica il Rapporto Rota, piuttosto uno dei punti su cui si dipana la nuova linea di sviluppo delle città italiane, lungo i collegamenti dell’alta velocità che attraversano Milano, Bologna, Firenze e poi giù verso Roma. Per tantissimi versi la sfida con queste città non è nemmeno più proponibile e hai voglia a riempirti la bocca con parole come innovazione o start up, la realtà è un’altra, meglio prenderne atto. «Il grande problema di Torino è un tessuto industriale difforme da quello che si sta imponendo in tutto il Nord Italia. Mancano le medie imprese in un contesto in cui abbiamo avuto per anni la grande fabbrica nazionale (e oggi internazionale) e una serie di piccole realtà alla ricerca di un committente più che di clienti. Chissà, forse questa peculiarità rappresenta ancora uno dei retaggi del nostro passato militare». Molte di queste piccole aziende sono state spazzate via dalla crisi (senza essere rimpiazzate) e la Torino che voleva puntare sull’innovazione si sta rendendo conto che mancano gli attori complementari di un ecosistema fertile per le start up.

Gli studenti rappresentano un nono della popolazione del capoluogo piemontese, e il sistema universitario è di fatto la più importante “azienda” cittadina. «Li attiriamo a Torino, ma poi li lasciamo scappare perché manca una prospettiva. Per fare la Silicon Valley non bastano gli slogan, ma serve un tessuto industriale in grado di accogliere i nuovi laureati». E se non c’è bisogna crearlo, come si è fatto in passato con la sfortunata esperienza di Motorola e con il ben più virtuoso insediamento di General Motors, «operazioni che però non possono essere fatte sporadicamente, dovremmo avere ogni anno nuovi insediamenti» prosegue Cantamessa. Oggi il 46 per cento degli universitari dopo la laurea va altrove, di questi il 14 per cento sceglie l’estero.  Per favorire l’insediamento di nuove imprese il Comune di Torino ha lanciato una iniziativa semplice e interessante come Open for Business, «ma a distanza di più di un anno mi pare sia ancora tutto fermo».

A Torino è sempre mancata la categoria delle medie imprese che fanno la differenza in tutto il Nord Italia. Noi o multinazionale o piccolissime aziende. Così «rischiamo di accentuare il solco tra due Torino: una che invecchia e declina e una di giovani che se la godono e poi vanno all’estero o a Milano a lavorare e metter su famiglia». Una prospettiva tutt’altro che elettrizzante.  

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6 Commenti

  1. avatar-4
    14:57 Lunedì 09 Ottobre 2017 dedocapellano Che noia gli studenti....lasciateci lavorare!

    Il Poli dove era? era concentrato a sponsorizzare il suo rettore Profumo per perseguire i suoi legittimi sogni.....Ministro, Presidente Iren , Presidente Compagnia di Sanpaolo.... e gli studenti? che noia gli studenti!!

  2. avatar-4
    14:53 Lunedì 09 Ottobre 2017 aveterotto virtuosi insediamenti...

    ma per piacere...Peugeot ha comprato tutto di Opel tranne quelle due o tre cosette dalle quali chiunque di buon senso si terrebbe il più possibile alla larga. Suvvia basta vendere fumo.

  3. avatar-4
    17:17 Domenica 08 Ottobre 2017 nervino Ebbbbbravo il prof

    Ci mancava l ennesima saccente critica da prof. Ma come e stato, gia detto, lei prof per decenni a capo dell incubatore cosa ha prodotto per torino e per l economia? Cosi come i suoi rettori? Certamente torino.non.naviga in buone acque, soprattutto da un anno e mezzo in cui manca completamente una guida ma forse la sua analisi e un po frettolosa ed im precisa come le sue presidenze e mi spiego. Se e vero che torino e una citta universitaria e che attira numerosi studenti dall esterno sarebbe davvero chiedere troppo.che tutti rimangano in citta... non succede in nessuna citta universitaria, nemmeno a Princeton. Se non le e chiaro le faccio un esempio numerico, se un sesto sono studenti, avremmo raddoddio della popolaIonezione della citta ogni 6 anni. Non e mai successusso nemmeno con l industrializzazzione della.fiat. ma suvvia prof, un po di studio e lavoro ....

  4. avatar-4
    08:05 Domenica 08 Ottobre 2017 Paolosaia E il Poli dov'era?

    Strano ragionamento ... Il Politecnico ha avuto quantità di denaro enormi e la guida di punti nevralgici (Fondazioni bancarie e non come Torino Wireless) e la colpa è solo degli altri (la politica, le imprese ...)? Ma quante aziende di successo ha creato i3p in 15 anni? E Profumo non ha avuto in mano tutto (dal Poli a Iren a Compagnia)? Strano strano ragionamento ...

  5. avatar-4
    17:05 Sabato 07 Ottobre 2017 moschettiere È così...

    ...che piaccia o no. E ogni popolo ha il governo che merita. In democrazia, poi, il governo è espressione diretta del popolo. Dunque... è tutto il sistema che va cambiato.

  6. avatar-4
    12:40 Sabato 07 Ottobre 2017 già... Mancano progetti e visioni?...

    Le opportunità per fare diventare Torino più grande di prima ci sono, sono molteplici, semplici ed evidenti. Il problema sta nella classe dirigente torinese che non le vede. Una classe dirigente inadeguata, autoreferenziale, che diventa imbarazzante quando vuole farsi pagare solo per elencare dei problemi invece di dare delle solide risoluzioni o quando vuole far passare per grandi successi dei tremendi FLOP costosissimi per la città.

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