CHE FARE?

Appendino non è il male (ma neppure la cura)

La sindaca grillina è semmai il sintomo della crisi irreversibile di un modello di città. Ma lei ora deve sciogliere ogni ambiguità e dire quale Torino ha in mente. Non fare patti con quei soggetti che fin dall'inizio hanno cercato di imbrigliarla. Un ripasso di storia locale

Torino ha perso coscienza e conoscenza. Non sa più chi è e, soprattutto, cosa ne sarà di lei. La malattia ha origini lontane, ma il (relativamente) rapido decorso è più dovuto alla fine degli effetti “anestetizzanti della retorica autocelebrativa”, evidenziati dal Rapporto Rota, che al peggioramento clinico. Dopo uno sballo ventennale la Torino “artificiale”, paradisiaca, capitale di ogni bendidio (dello sport, della cultura, del design, dell’enogastronomia, del libro, ecc.) non ha retto alla brusca interruzione delle dosi di “spirito olimpico”, insufflate a suon di propaganda: un’astinenza di denaro pubblico che ha fatto sprofondare la città nell’inferno della realtà. Come hanno confermato i ricercatori, i primi segnali di crisi di Torino si manifestano già agli inizi del Duemila, per questo appare un errore marchiano (oltre che ingeneroso) far coincidere, in questi giorni di dibattito, alla claudicante e incerta azione amministrativa di Chiara Appendino il “male oscuro” che fiacca la città.

Quando l’era delle bronzine volgeva al crepuscolo il crollo dell’Impero della Sacra Ruota venne accompagnato, con il preciso (e sotto alcuni spetti nobile) intento di attutirne i contraccolpi da un blocco di potere, un patto in cui ogni contraente aveva precisi interessi da tutelare: quello di una parte della borghesia degli affari, impegnata in un riassetto interno (a partire dal riequilibrio dei pesi finanziari dei vari salotti), quello di una parte della politica, travolta da Tangentopoli e da un diffuso discredito nella pubblica opinione. Quel “Sistema Torino”, dalla forte connotazione feudale (con la pletora di valvassori e valvassini e l’intreccio incestuoso dei poteri), ebbe la forza di imporre alla città un imponente piano di “ammortizzatore sociale” disegnando nuove vocazioni per la vecchia one company town. È stato un successo, senza ombra di dubbio, in particolare per i principali attori: accanto a chi ha avuto mani libere nel concludere le operazioni di “sistema” (banche e Fiat), ne ha beneficiato in termini di consenso elettorale un ceto politico. Peccato che tutto ciò abbia impedito a Torino di fare i conti con la crisi strutturale che la stava travolgendo. Una “distrazione” che ora, a distanza di vent’anni, presenta il conto che è ben più salato del solo debito monstre delle casse di Palazzo civico.

Ecco perché è un’autentica scemenza imputare alla Appendino anche solo le avvisaglie del declino odierno. Di converso, sarebbe altrettanto sbagliato immaginare e sperare che la sindaca grillina, per quanto sui generis, possa esserne la cura. L’effetto placebo ormai è finito da un pezzo e avrebbe avuto termine, magari appena prolungato un po’, anche senza gli accadimenti di Piazza San Carlo e l’imbarazzante gestione del G7 esiliato alla Reggia di Venaria. I cori entusiastici, dopo un anno e mezzo, hanno lasciato spazio a giaculatorie infarcite da sussurrati mea culpa per quel voto cui una parte dell’élite aveva attribuito una funzione catartica assai presto delusa e sostituita più che dall’antipolitca (già di per sé non un rimedio) dall’assenza di politica. Delusioni e pentimenti che non si fa fatica a trovare anche in quegli ambienti dove la Appendino, forte delle sue radici e del milieu di riferimento, aveva trovato solida sponda. Il “Chiappendino”, l’efficace crasi è stata coniata non già per denunciare le tentazioni consociative della concordia istituzionale instaurata tra governatore e sindaca, bensì per segnalare il pericolo che l’immarcescibile mostro dell’omologazione e del conformismo tornasse a imbrigliare e soffocare il dibattito pubblico e, perché no?, annullare la sempre carente (a Torino più che altrove) dialettica politica.

Appendino è figlia legittima di questa classe dirigente e imprenditoriale cittadina pavida e imbelle. Quando Giuseppe Berta ricorda – come ha fatto recentemente in un colloquio con lo Spiffero – del ruolo di Enrico Salza nella nascita della stagione di Valentino Castellani, il docente della Bocconi attento osservatore delle vicende torinesi illumina con un faro potente la piazza oggi deserta. Ma dimentica che proprio Salza è stato il gran burattinaio di quell’alleanza (preparata almeno una decina di anni prima con il viatico pure di Carlo Donat-Cattin) che ha costituito un “regime” che ha scientemente e pervicacemente eliminato ogni voce discordante (dissenziente, manco a parlarne) dal coro generale.

E se il risultato odierno e la prospettiva futura è ragione della forte preoccupazione ammessa nell’analisi fatta, appena ieri, da un altro osservatore di rango qual è il docente del Politecnico Marco Cantamessa, è forse il momento di (cercare di) evitare l’avvitarsi e il ridursi del dibattito a quel palleggiamento sui debiti. Tra l’asilo Mariuccia appendiniano evocato da un impermalito Chiamparino qualche colpa pure a Villa Arzilla se la devono assumere. Evitando quell’arroganza (“Appendino torni sui banchi della Bocconi”) che tanto è costata loro nelle urne.

Insomma, le responsabilità, senza sconti, gravano sull’intera classe dirigente cittadina ma se questa si fermasse alla diatriba politica non si farebbe neppure un timido passo in avanti. Riuscirà a compierlo? I presupposti fanno propendere per un cauto, ma doveroso, pessimismo. E suggeriscono una domanda: dov’è, se c’è, la classe dirigente? E se vagola pronta alla prima occasione, come quella fornita un anno e mezzo fa, a delegare ruolo e affidare destini a un mero cambio di governo, magari sotto l’ebbrezza del cambiamento in sé, quali sono le ragioni di ciò? Dove ricercarne le origini? Forse anche in quelle scelte compiute nei vent’anni messi sotto accusa dalla sindaca.

La perpetuazione e conservazione della specie, che ha la sua figura lampante nella nomina da parte dell’appena eletto sindaco Piero Fassino alla presidenza della Compagnia di San Paolo del suo predecessore Chiamparino, non è certo stato il modo migliore per favorire la crescita e il rinnovamento dell’establishment. È pur vero che, per anni, quel sistema è andato bene a molti. Poi quando la bolla si è sgonfiata, le élite anziché mostrare le loro capacità come in passato hanno preferito derogare ad altri un compito proprio. Nel frattempo Torino aveva perduto banche (Crt, Sanpaolo) e industrie (a partire dalla Fiat), ma anche figure capaci di guardare lontano e immaginare il futuro della città, insieme alla politica. Che, governando, di errori ne ha certo commessi ma non tali, come parrebbe indicare in un rinnovato populismo l’antipolitica, da gettare il bambino con l’acqua sporca. I debiti ci sono, e si sarà pure enfatizzata troppo la retorica olimpica e l’immagine della città che dalle fabbriche passa ai musei, ma forse l’errore non è stato questo bensì il non aver colto e utilizzato quei cambiamenti positivi per programmarne altri.

I colpi di reni che hanno trasformato la città ci sono stati e sarebbe colpevolmente miope non riconoscerli o ridurli a cipria su un volto segnato, come spesso indulge la politica limitata a schermaglia. È mancato, tuttavia, non poco altro che quel che di nuovo e di positivo si era fatto avrebbe potuto camminare e crescere. Adesso è ancora più difficile. Con l’aggiunta di una variabile non marginale: quale idea di Torino ha la sindaca? Quali prospettive e interessi intende privilegiare, sapendo che proprio coniugare prospettive e interessi è il cuore della Politica, quella aborrita dalla sua compagnia pentastellata? Uscire dalla evidente contraddizione tra le buone intenzioni della prima cittadina e le tesi sostenute dal suo vice e dall’accozzaglia anonima di grillini, appare il primo ineludibile passo. Guardare avanti verso un futuro, senza tramonti negli occhi.

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