Italiano, lingua in rottamazione

Negli ultimi tempi è tornata d’attualità la questione dell’italiano, inteso come lingua. I professori d’università hanno dichiarato che le tesi di laurea sono scritte con i piedi. Il conseguente dibattito è durato un paio di giorni. Quasi nessun interesse tra il grosso pubblico. Il declino dell’Italia è comprovato più dall’indifferenza della nazione verso il suo idioma che dall’impoverimento dell’economia a colpi di debito pubblico.

“Torniamo alla grammatica e alla sintassi”, hanno invocato taluni accademici, riecheggiando il “Torniamo allo statuto” di sonniniana memoria. L’ironia della storia, forse l’unica rimastaci, vuole però che i censori della lingua adoperata dai laureandi di oggi siano i laureati di quelle università che contribuirono a devastarla. Inseminò anche la cultura delle classi dirigenti, che a loro volta elaborarono una neolingua egualmente tortuosa, approssimativa, verbosa, oscura, tuttavia distinta in branche specialistiche: il politichese, il burocratese, il sindacalese, che da allora hanno soppiantato la potente lingua di Dante e Machiavelli e il levigato nitore di Manzoni.

Gli studenti universitari di oggi sono figli e nipoti legittimi delle istituzioni culturali che quelle classi dirigenti, proprio perché tali, plasmarono. Ne esistono prove clamorose. Se confrontiamo l’oratoria parlamentare restiamo impressionati, pur con le dovute eccezioni, dall’impoverimento dei discorsi, delle argomentazioni, dell’eloquenza. Se scendiamo dall’empireo della politica e saliamo su un tram, troviamo che annullare un biglietto non è più possibile: dobbiamo munirci di un ticket e obliterarlo, mentre obliteratrice è il nuovo nome del congegno che vi provvede, sebbene rimandi ad una geisha esperta nel farci dimenticare il controllore. Quindi non più solo una questione di grammatica e sintassi, purtroppo. Esse sono fondamentali, come gli elementi per i composti chimici. Senza, non possono costruirsi le sostanze. Senza, non può parlarsi e scrivere con sostanza. Eppure, esprimersi in modo formalmente corretto non basta se sostanzialmente oscuro, come quando utilizziamo elementi che non si combinano. L’incomprensibilità dell’eloquio e, peggio ancora, della scrittura dipende bensì dall’ignoranza delle regole del linguaggio ma pure da cervelli non allenati a comunicare per farsi capire perché disabituati, nelle scuole e nelle università, a padroneggiare la lingua, a ragionare, ad esporre con senso compiuto. Rem tene, verba sequentur, diceva Catone il Censore, avallato da Cicerone. Significa che, se possiedi i concetti, le parole adatte ad esprimerli ti verranno naturalmente.

Dunque la chiarezza è frutto della conoscenza, sia della lingua, sia dei contenuti. Se le parole, le accezioni, le frasi sono sbagliate e intorcinate; se tutto il linguaggio lascia a desiderare; se la manifestazione del pensiero non serve a manifestarlo ma a nasconderlo quando esista, tutta la società dovrebbe domandarsi dove ha sbagliato. Se i docenti, a partire dai professori di università, lasciano, ciò nonostante, i discenti arrampicarsi fino alle lauree, che diritto hanno di dolersi del raglio dei somari che allevano?

Se ne avessi la voglia e il tempo, scriverei un piccolo dizionario degli inglesismi ad uso degl’Italiani vantoni. Proprio quelli che più dovrebbero averla a cuore, la lingua italiana, sono tra i suoi principali distruttori. Per pigrizia, piaggeria, sfoggio, politici e giornalisti, quotidianamente, sui mezzi di comunicazione sgretolano la nostra bella lingua e la infarciscono d’inutili quanto incomprensibili vocaboli ed espressioni inglesi.

Cosa diventa un popolo quando i comunicatori adulterano la lingua madre e adoperano un gergo comprensibile solo nella cerchia degli utilizzatori? Senza la lingua nazionale anche la nazione perde i connotati. La classe dirigente ha accettato bovinamente, salvo poche flebili voci dissenzienti, perfino che qualche facoltà universitaria impartisse tutte le discipline solo, dico solo, in inglese, alla stregua di un “college”. Addirittura un liceo classico, dico classico, pare che insegnerà le materie in inglese. Così avremo il latino e il greco impartiti in inglese, anziché in latino e greco, come sarebbe ideale! Nella stragrande maggioranza dei casi, l’inglesismo è inutile. Adoperarlo denota non solo vanità, ma soprattutto ristrettezza mentale e mancanza di rispetto verso chi ascolta o legge. Questa mancanza di rispetto è tanto più grave considerando che l’italiano parlato si è impoverito in modo drammatico. Sono troppi ormai i connazionali che usano solo i vocaboli essenziali della vita e che stanno poco oltre la soglia dell’alfabetizzazione, tant’è che leggono poco e capiscono ancor meno la lingua scritta. Chi si abbuffa d’inglesismi appare alla moda, ma resta incolto, oltre a dare da sé dimostrazione di essere orecchiante sia d’inglese sia d’italiano. Ottima cosa insegnare ottimo inglese fin dalle elementari, ma giammai in sostituzione o a discapito dell’italiano, che invece andrebbe portato al massimo livello, mentre tende a diventare lingua morta in patria, sebbene riviva, ecco il paradosso, all’estero.

*Pietro Di Muccio de Quattro, Società libera

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1 Commenti

  1. avatar-4
    11:23 Mercoledì 11 Ottobre 2017 foolintherain Distinguiamo

    L'abuso di inglesismi non va messo nello stesso cesto dei corsi tenuti in inglese. I secondi sono una scelta didattica legittima, Il primo è invece il tipico provincialismo dei molti che credono di darsi un tono infarcendo il discorso di mission, location, "inputare" e "declutterare" e così via, ma in realtà l'inglese lo conoscono poco e niente. Di solito, chi conosce davvero bene una lingua straniera ha rispetto della propria e la parla e scrive come si deve, perché non ha nulla da dimostrare.

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