LA SACRA RUOTA

Fca è un boccone succulento, ma lo spezzatino è indigesto

La Cgil avverte il pericolo di una frammentazione del gruppo. "Va difesa l'integrità della capacità produttiva e occupazionale" poiché "un ridimensionamento avrebbe gravi effetti sociali e al sistema produttivo del Paese"

Fca fa gola, il piatto è alla portata di molti appetiti mondiali, ma per la Cgil non va spolpato. “Le ricorrenti voci di spezzatino premiate dal mercato valutario negli ultimi mesi aumentano le incertezze sul futuro” del gruppo automobilistico in Italia, avvertono Cgil e Fiom con un rapporto a cura delle Fondazioni Di Vittorio e Sabattini, presentato con un convegno su politiche della mobilità e futuro del settore auto e componentistica in Italia. Con un approfondimento su Fca, rilevando che il gruppo “sembra voler ripercorrere per la Magneti Marelli la strada già percorsa per la Ferrari attraverso lo spin off”, il documento del sindacato di Susanna Camusso avverte: va difesa “l’integrità della capacità produttiva e occupazionale” poiché “un ridimensionamento avrebbe effetti sociali e al sistema produttivo del Paese molto gravi". Mentre “in assenza di un piano che diversifichi, innovi e aumenti i modelli, i principali stabilimenti di assemblaggio rischiano un definitivo esaurimento degli ammortizzatori sociali a partire da Mirafiori e Pomigliano-Nola”.

“La posizione del sindacato italiano rispetto a questa prospettiva deve essere molto chiara: lo spezzatino frantumerebbe il valore complessivo industriale, produttivo, occupazionale, della ricerca e sviluppo del gruppo”, sottolinea il rapporto delle due Fondazioni. È necessario, a avverte la Cgil, garantire “il mantenimento in Italia dell’integrità della capacità produttiva e occupazionale” e “l’implementazione della ricerca e sviluppo: In caso contrario l’effetto potrebbe essere molto pesante: “Un ridimensionamento avrebbe effetti sociali e al sistema produttivo del Paese molto gravi perché impatterebbe anche sulla filiera della componentistica e dello sviluppo delle tecnologie high-tech”. E “i livelli occupazionali a rischio non sono solo quelli operai ma anche quelli tecnici e ingegneristici; verrebbe insomma colpita la capacità manifatturiera del paese in tutti i suoi aspetti” e trasformerebbe “l’Italia in un Paese marginale in competizione con i Paesi che hanno ridotto costo del lavoro e alta flessibilità”.

Più in generale, secondo il rapporto, se da un lato il gruppo “sta raggiungendo gli obiettivi finanziari: riduzione del debito industriale, aumento progressivo degli utili, valorizzazione delle azioni, nonostante una contrazione delle vendite in due dei principali mercati per Fca, Stati Uniti e Brasile”, dall’altro “sul piano produttivo rispetto alle principali tendenze innovative del settore, non ha una posizione di leadership e nel caso dell’articolazione geografica dei mercati, appare pericolosamente mal posizionato o addirittura non presente nei mercati in crescita”. In Italia “la scelta dello spostamento verso l’alto di gamma ha avuto effetti positivi sui conti aziendali ma permangono o si accrescono problemi di volumi e di occupazione. In assenza di un piano che diversifichi, innovi e aumenti i modelli, i principali stabilimenti di assemblaggio rischiano un definitivo esaurimento degli ammortizzatori sociali a partire da Mirafiori e Pomigliano-Nola. Ma anche gli stabilimenti di Modena e Melfi dell’auto vedono aumentare le incertezze occupazionali”. La strategia di puntare su una “produzione di lusso” e “la progressiva riduzione fino all’esaurimento di produzioni come Punto, Panda e Mito ridurrebbe complessivamente i volumi”.

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