GENETLIACO

“Se perdiamo la Regione perdiamo pure il Pd”

Dopo le batoste subite a Torino (e Novara, Asti, Alessandria) una sconfitta alle regionali sarebbe un colpo ferale per il partito. Il bilancio dei dieci anni del primo segretario Morgando. "Abbiamo perso il popolo delle primarie e i sensori nella società"

“Il Pd piemontese deve individuare nella competizione per la regione, la battaglia della ripresa”. Auguri. Perché se la battaglia, nel 2019, finisse in sconfitta le conseguenze per i dem sarebbero facilmente intuibili. Ma auguri anche perché domani il Pd compie dieci anni e spegnere le speranze, oltre che le candeline, è un rischio che si misurerà ancor prima di quella battaglia per la vita indicata da Gianfranco Morgando che del Pd è stato il primo segretario regionale in Piemonte. L’unico, in Italia, a prendere le redini del partito dopo un duello, sia pure in punta di fioretto. “Nel 2007 in Piemonte, in effetti, ci fu una particolarità, una sorta di positiva anomalia rispetto al resto del Paese: la competizione tra me e Gianluca Susta, lui – ricorda Morgando – era il candidato su cui si era concentrato l’accordo nazionale, che aveva sostanzialmente spartito le segreterie regionali assegnando il Piemonte ai rutelliani. Un po’ per scelta personale, un po’ per incoraggiamento di alcuni mondi, dai miei amici Popolari a pezzi di ex Ds, decisi di presentarmi. Fu una competizione, per certi aspetti, molto complicata che si concluse con un piccolo margine a mio favore”.

Sono passati dieci anni da quella “competizione democratica sul modello di partito: da un lato l’idea veltroniana di un Pd a vocazione maggioritaria, del partito leggero e dall’altro la mia posizione che poggiava sulla concezione che la politica si costruiva con la capacità di tenere insieme varie culture e che il partito pur adattandosi ai tempi nuovi doveva avere una sua robustezza e un suo radicamento”. Due doti, queste ultime, che un paio di lustri più tardi il Pd ha perso per strada. “Sì, ha perso gli strumenti che gli consentivano di mantenere un legame con le realtà popolari. Non voglio ergermi a giudice di nessuno – premette l’ex democristiano della nidiata di Carlo Donat-Cattin, per sette anni alla guida del Pd piemontese – però il tema del radicamento, della presenza del partito come strumento per capire come la pensa la società è un problema tuttora irrisolto”.

Per Morgando “c’è stato un progressivo indebolimento, anche culturale, del Pd e questo è uno dei motivi dell’attuale difficoltà. Oggi nei nostri circoli c’è vita di partito, ma è un po’ asfittica, sono sempre le stesse persone, prevalentemente anziani. Il partito non ha più i sensori di quello che succede nella società, ed è quello che è capitato a Torino” dice evocando la sconfitta che ancora brucia. Non l’ultima, visto com’è andata un anno dopo ad Asti e ad Alessandria, ma neppure la prima: “Un giorno magari racconterò” dice sibillino l’allora numero uno dei piddini piemontesi riferendosi alla debacle del 2010, con il Pd al minimo storico del 32,2% e la vittoria “conseguita anche con la frode” del centrodestra su Mercedes Bresso. “La magistratura ha accertato le irregolarità, ma è pur vero che certamente non andammo bene. C’era un po’ di logoramento nell’azione della Regione, si affacciavano problemi finanziari, e questo ha giocato a sfavore. E poi era una fase in cui il centrodestra era decisamente più forte”.

Alti e bassi, con una prevalenza di questi ultimi in epoca recente, nei dieci anni del Pd in Piemonte. Aveva appena spento la prima candelina quando, nel 2008 alle politiche per la Camera incassa il 36,4% in Piemonte 1 (Torino e provincia) e il 28,5% nel resto della regione. Cinque anni più tardi accuserà una perdita secca di 241.685 voti. L’irripetibile exploit delle europee del 2014 quando il Pd di Renzi premier supera il 40% coincide con la vittoria a mani basse di Sergio Chiamparino. Alla segreteria regionale è da poco arrivato Davide Gariglio, ma la scelta del candidato, “l’uomo più forte che c’era”, le coalizioni con le liste civiche e il programma vengono predisposte quando in via Masserano c’è ancora Morgando.

Nei suoi tre mandati alla guida, ha avuto anche due vice poi approdati a lidi diversi: Mariano Rabino con i montiani di Scelta Civica e Federico Fornaro con Pier Luigi Bersani in Mdp. Ma non sono quelli i crucci di colui che tenne a battesimo e poi per mano a lungo il partito nella regione: “Il popolo delle primarie – osserva – era una risorsa e noi non abbiamo avuto la capacità di inserirla nella vita di partito, in parte per ragioni materiali, fatti a fatica gli elenchi scoprimmo che non c’erano i soldi per spedire a ciascuno un paio di lettere all’anno, ma anche per una oggettiva mancanza che su questo tema c’è stata. E il risultato è che oggi abbiamo una partecipazione politica debole, che si sostanzia nella firma per il 2 per mille, ma non è sufficiente” ammette Morgando tradendo una nostalgia che riporta ai partiti strutturati della Prima Repubblica.

C’entra poco o nulla l’ormai logora questione della fusone a freddo, gli ex Dc e i post Pci, “Ormai su questo sono stati fatti passi avanti decisivi: su alcuni temi la cultura politica di una parte dei cattolici è molto più a sinistra di quanto non sia quella di chi viene dal Pci”. Il tema, sbattuto in faccia con il voto – soprattutto delle periferie – alle comunali di Torino, ma anche nelle successive tornate nei capoluoghi è piuttosto “la percezione del Pd come simbolo di potere, con l’odio per la politica riversato su di esso”. E quei sensori che da tempo non funzionano più. “Il tema, credo, sia quello di spostare un po’ di partecipazione debole in partecipazione forte, trasformando parte di quella gente che risponde alle primarie e ad altri appuntamenti sporadici, in militanti. Purtroppo è quello che non siamo riusciti a fare. Si è ritenuto che il leader risolvesse tutto e invece la situazione dimostra che non è vero”. E quindi, auguri sì, ma non cento di questi giorni.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    14:36 Venerdì 13 Ottobre 2017 Damos Coccodrillo a pancia piena

    Ma guarda un pò 'sto Morgando, oramai pensionato e che si permette di emettere giudizi su una creatura morente che egli stesso ha contribuito ad uccidere . Non si agiti e non si preoccupi, il buon Morgando : alle Regionali del 2019 (che io e tanti altri aspettiamo con ansia) il PD diventerà una forza residuale in Piemonte e così tutte le preoccupazioni del buon pensionato saranno finite .

  2. avatar-4
    10:10 Venerdì 13 Ottobre 2017 capkirk Speriamo sia

    come dice Morgando, il PD deve sparire completamente dall'orizzonte politico italiano.

  3. avatar-4
    08:15 Venerdì 13 Ottobre 2017 tandem Ma senti Chi parla. ....

    Ma Morgando esiste ancora? Se ne erano perse le deboli tracce da tempo. Comunque che lui critichi la gestione del partito è originale, i guai attuali derivano buona parte dalla sua gestione. È tra i tanti vari piccoli portaborse di Donat Cattin che pensano che averlo conosciuto li abbia resi dei geni politici. Era un mediocre sindaco di Borgiallo (593 abitanti) e tale è rimasto, anche si atteggia a gran politico......

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