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Imparare a morire (e a vivere)

«Quando ho deciso cosa volevo fare nella vita, mi hanno chiesto se fossi impazzita. Ricordo ancora gli sguardi increduli! Eppure oggi so di aver aiutato molte persone. E non mi è mai passato per la mente di voler cambiare “mestiere”». Un mestiere davvero particolare, il suo: Marina Sozzi è una tanatologa, cioè letteralmente una studiosa dalla morte. Torinese, una formazione in filosofia e scienze sociali e oltre vent’anni di esperienza nel mondo del no profit, attraverso l’associazione “Infine” assiste chi sta attraversando un lutto, ma anche la vecchiaia o la malattia di un familiare. Sul suo blog, dal titolo che è già un manifesto del suo impegno, “si può dire morte”, riflette sulla fine della vita e ci riesce persino con leggerezza e ironia, mentre migliaia di lettori le scrivono e partecipano al dibattito, sentendosi meno soli con le proprie angosce.

Che cosa fa, esattamente un tanatologo?
«È un mestiere che mi sono un po' inventata ma prende le mosse dalla consapevolezza che su questo passaggio, che ci riguarda tutti, bisogna fermarsi a riflettere. Non lo facciamo abbastanza: siamo una società che si è dimenticata dalla morte».

In che senso?
«L'abbiamo nascosta, relegata negli ospedali, nei luoghi di cura. Non ne parliamo più. Abbiamo perso tutta la ritualità, non soltanto religiosa, legata ai morti. Ci aspettiamo che le persone risolvano un lutto rapidamente, come non ci fossero dei tempi da rispettare, che non ne parlino. Il Novecento ha rimosso la morte dalla sua cultura. E non sto dicendo che questo atteggiamento non vada bene perché è eticamente disdicevole, solo che non funziona».

In che senso non funziona?
«Non siamo più in grado di affrontare una perdita. La morte colpisce all’improvviso, non certo quando lo decidiamo noi. Così, quando questo accade ad una persona a noi vicina e ci coglie di sorpresa, “andiamo in palla”, non sappiamo reagire. E guardi che anche molte delle nevrosi del nostro tempo, il ricorso agli psicofarmaci, dipendono dal fatto che non sappiamo accettare i nostri limiti. Primo tra tutti, quello di essere mortali. Accettare la morte insomma ci aiuta, prima di tutto, a vivere più serenamente».

E come si fa?
«Ci si fa aiutare. La nostra associazione è composta da psicologi, neuropsichiatri, volontari. Davanti alla morte e alla malattia è indispensabile non essere lasciati soli. E su questo purtroppo il nostro welfare è in caduta libera: chi ha un familiare malato da assistere spesso ne è praticamente prigioniero. E anche avere un’ora tutta per sé, mentre qualcun altro lo solleva dal suo compito, può diventare un regalo prezioso».

Quando ha capito di voler fare proprio questo nella vita?
«È successo per caso, quando avevo trent’anni, un’età in cui alla morte o alla malattia non si pensa quasi per niente e mi sono ammalata di un tumore al seno. Un’esperienza che mi ha fatto toccare con mano che non ero immortale e dalla quale sono uscita molto più forte e consapevole. Ho cominciato così a leggere molti libri sulla cultura del lutto, soprattutto anglosassoni e francesi perché in italiano ce n’erano pochissimi e, piano piano, ho scoperto di volermi occupare di questo argomento a tempo pieno. Ho lavorato molti anni per una fondazione culturale, sempre sulla ricerca di questi temi, poi ho dato vita all’associazione».

Cosa le ha regalato questo “lavoro”?
«La possibilità di aiutare concretamente gli altri. Ho accompagnato alcune persone molto importanti della mia vita, mia nonna e una cara amica, ad una morte serena. Vi sono arrivate facendo un bilancio indulgente della propria esistenza, dando il giusto valore alle relazioni e accettando che tutti nella vita facciamo quello possiamo, anche in base al “capitale” che ci è stato dato in partenza, genetico, sociale, familiare. Che poi è esattamente quello che dovremmo fare tutti per imparare anche a vivere più serenamente».

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