Collegi, Pd e il Nord

Il recente esito referendario nel lombardo-veneto ci dice, tra le molte altre cose, che la cosiddetta “questione settentrionale” continua ad essere interpretata, prevalentemente, dalla Lega nelle sue varie e multiformi declinazioni. Così era nel 1994 all’indomani della liquidazione dei partiti della prima repubblica ad opera dell’ondata di tangentopoli, e così resta oggi dopo oltre 20 anni da quella stagione. Una stagione caratterizzata, tra l’altro, da governi di centrodestra come da esecutivi di centrosinistra. Ma il trend culturale, sociale, economico politico non si è discostato granché. E proprio il voto referendario di domenica scorsa ne è la plastica conferma. E la questione settentrionale, in un contesto politico dominato dalla personalizzazione, si identifica anche e soprattutto nei volti e nei personaggi.

Sotto questo versante spicca la figura di Luca Zaia. Che ricorda, per molti aspetti, la vecchia Dc dorotea del nord est, fatta da bravi amministratori locali e da politici profondamente radicati nel loro territorio e difensori dei loro interessi sociali, territoriali e culturali. Ma, rispetto a quella stagione, oggi sperimentiamo, ancora una volta, il “silenzio” e la latitanza delle cosiddette forze riformiste di centrosinistra. E della sinistra in generale nel saper interpretare quelle istanze e quelle esigenze.

Una latitanza che evidenzia le difficoltà in cui si trova oggi il Pd con i suoi piccoli e microscopici alleati nell’affrontare la prossima sfida elettorale in quei territori. È quasi una “non notizia”, quindi, prendere atto che - come ci dicono tutti i sondaggisti sui vari organi di informazione – nell’area che va dalla Liguria al Trentino, passando per il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, il Pd rischia di non “toccare il boccino”, come si suol dire. Cioè di perdere in tutti i collegi uninominali alla Camera e al Senato. Se permane la difficoltà a sintonizzarsi con le richieste di quei territori e se, al contempo, si è liquidato nel tempo la “cultura della coalizione”, è difficile, se non impossibile, competere con il rinascente centrodestra e con lo stesso avventurismo dei 5 stelle.

Probabilmente, è “tutto da rifare”, per dirla con il mitico Gino Bartali. Ma a quattro mesi dal voto è difficile ricostruire una coalizione - dopo averla liquidata con le strane tesi della “vocazione maggioritaria” da un lato e l’autosufficienza politica ed elettorale dall’altro - e diventare interpreti di ciò che chiede e di ciò che vuole il nord del nostro paese. O, almeno, la maggioranza di quelle popolazioni. Forse saranno necessari un bagno di umiltà e molto studio prima di poter risalire la china.

*On. Giorgio Merlo, Direzione nazionale Pd

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