Perdonate, ma vorremmo sapere

I turisti che affollano il centro storico di Torino si dedicano agli acquisti presso i negozi griffati di via Lagrange, non respingendo le golose tentazioni dispensate dalle pasticcierie e cioccolaterie di antica tradizione artigiana, già fornitrici della real casa. I visitatori della prima capitale d’Italia sono anche disposti ad affrontare lunghe code per poter accedere ai locali del Museo Egizio, impegnandosi poi in piacevoli passeggiate attraverso le piazze e le vie della città storica.

Da alcuni mesi però il tour torinese comprende una nuova tappa imprescindibile, ossia piazza San Carlo. Il salotto della metropoli subalpina si manifesta quale ambita meta per molti di coloro che hanno seguito, sui media, l’attacco di panico collettivo del 3 giugno scorso. I tanti selfie scattati mettendosi in posa davanti al Caval ‘d Brons si prestano oramai esclusivamente a commenti del tipo “siamo stati nel luogo in cui tutti calpestavano tutti, cadendo su una distesa di cocci di vetro e sporcando di sangue l’intero centro storico”: autoscatti convertiti quindi in tristi quanto cinici souvenir della permanenza in città.

Ho osservato personalmente turisti, soprattutto connazionali, chiedere informazioni a smarriti torinesi indicando la porzione di piazza sottoposta a sequestro dall’autorità giudiziaria (innanzi al Caffè Torino, riconoscibile grazie alla barriera di cemento e acciaio che la protegge): area eletta dall’opinione pubblica quale riferimento simbolico della disperata corsa dei tifosi juventini.

Le leggende metropolitane probabilmente nascono grazie alla determinazione popolare nell’individuare siti che evocano tragedie, ossia luoghi capaci nel creare un mix di emozioni e morbosa curiosità. Piazza San Carlo si presta bene ad essere prossimamente citata dalle guide turistiche per i fatti avvenuti durante la finale di coppa Juventus – Real Madrid. Situata nel cuore di Torino e fornita anche di un “altare metaforico” presso cui celebrare la sanguinosa notte di inizio giugno, l’area intorno al monumento dedicato al Duca “Testa di Ferro” presenta così un ulteriore punto di interesse, seppur privo di un elemento fondamentale per la ricostruzione storica a fini turistici: il reale motivo scatenante la sciagura.

A cinque mesi dalla brutale vicenda rimangono infatti ignote le cause che hanno generato oltre 1.500 feriti ed un morto. Circa 40.000 persone sono fuggite improvvisamente a rotta di collo per motivi ancor oggi misteriosi. Una sorta di allucinazione di massa, oppure un cinico scherzo che nessuno è in grado di denunciare, è forse alla base di accadimenti le cui origini sono tutt’ora invisibili quanto oscure.

Prescindendo dal nesso eziologico le indagini si sono comunque concentrate su una serie di presunti responsabili, anche se non è dato sapere di cosa, tra cui la Sindaca e varie autorità pubbliche. L’ipotesi di reato in capo agli indagati è importante: omicidio colposo e concorso di reato per gli eventi susseguenti alla pessima gestione della manifestazione stessa.

Inutile tornare sul tema “gravi mancanze nell’organizzazione”, così come sui turni a cui sono stati sottoposti i civich a causa della giornata ecologica programmata per il giorno seguente: fatto che ha determinato una carenza organica della polizia locale proprio durante la diretta della finale calcistica. E’ invece estremamente auspicabile individuare cosa o chi abbia generato il terrore generale.

Piazza San Carlo sembra destinata storicamente ad essere la spianata degli enigmi. La discussione su quanto avvenuto nel lontano settembre 1864 ha richiesto circa 100 anni di silenzio assoluto. E’ stato il Sindaco Novelli per primo ad aprire il carteggio inerente la dura repressione poliziesca ai danni dei torinesi scesi in piazza per pretendere spiegazioni dal governo, in seguito alla decisione repentina di spostare la capitale italiana a Firenze. Un’azione di forza, da parte della questura, che ha lasciato sull’acciottolato delle piazze Castello e San Carlo decine di caduti ed una moltitudine di feriti. In seguito autori quali Roberto Gremmo, seppur in un’eccezione autonomista, Francesco Ambrosini e Valerio Monti hanno dettagliato la scansione di quelle terribili giornate di metà Ottocento, riconsegnando in tal modo dignità storica a quei morti.

Forse non dovranno trascorrere centocinquanta anni per poter finalmente fare luce sulla folle corsa del pubblico ritrovatosi innanzi al maxi schermo, speculare alla statua di Emanuele Filiberto, ma nel frattempo è comunque augurabile non si apra la caccia a comodi capri espiatori. Il concorso di reato è una della aggravanti imputate agli indagati seppur in assenza di un dolo e, ancor più, di un reato individuabile con certezza: insomma, un brancolamento nel buio delle indagini che marcia in parallelo all’esigenza di trovare comunque dei responsabili penali. Un pantano pericoloso sia per la verità e sia per la consegna nelle mani della giustizia di quei funzionari negligenti che avevano il dovere di garantire la pubblica incolumità; un fango altrettanto favorevole per tacitare in maniera tombale tutto quanto avvenuto la notte del 3 giugno scorso.

Torino è una città coraggiosa: conosce bene la sofferenza sociale così come i repentini mutamenti economici ed industriali. La capitale subalpina da sempre accusa colpi terribili quanto destabilizzanti, ma ad ogni caduta riesce a rialzarsi facendo leva sulle proprie gambe.

La classe operaia ha dato forza a questa metropoli sostenendola nei momenti più bui. Oggi in sua assenza solo la Verità (in antitesi ai gruppi di potere) può garantire un ennesimo nuovo futuro ai torinesi vecchi e nuovi.

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