Il male delle leggi

Ho sottolineato spesso, ma invano, che molte disposizioni costituzionali sono di per sé il problema, perché equivoche e anfibologiche, quando non addirittura contraddittorie. Men che servire a proteggerci, come dovrebbero se la Costituzione fosse una Carta liberale, rappresentano la via d’accesso attraverso la quale la cattiva politica (di sinistra, di destra, di centro, in questo accomunate dalla stessa ideologia interventista!) attacca inutilmente e vessatoriamente l’autonomia e l’indipendenza dei cittadini, con l’aggravante che l’attacco riceve perciò il crisma di una superiore legalità.

E ho sottolineato anche, altrettanto invano, che queste disposizioni, alla luce dei fatti sviluppatisi sulla loro base, rivelano un’ironia sottilissima, che i cantori della “Costituzione più bella del mondo”, anche quando siano comici celebrati, non riescono proprio a scorgere, ahimè. Ritorno sull’argomento ma non mediante considerazioni generali, bensì stavolta con un caso particolare, addirittura personale. E tuttavia esemplare, straordinariamente illuminante della regola comune. È d’obbligo premettere la principale disposizione implicata, cioè l’articolo 41 della Costituzione, che si apre al comma 1 con una proposizione lapidaria e bellissima, che fa sperare ogni bene: “L’iniziativa economica privata è libera”. Macché, ai commi 2 e 3 la Costituzione afferma che “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Come si vede, tutti propositi nobili ed escatologici. Sennonché in pratica accade questo. Proprio a me. Possedendo un podere di famiglia, eredità di generazioni, che coltivo direttamente avvalendomi di lavoratori chiamati alla bisogna, finora con i praticissimi voucher, ho deciso di assumere un bracciante agricolo fisso, come aiutante stabile nella conduzione aziendale (l’età mi ci obbliga). Per assumerlo, sono stato sottoposto, in forza delle leggi generate dall’articolo 41 e non solo, a una vera e propria gincana burocratico-amministrativa. Non sapendo nulla del problema (anzi, immaginando che non lo fosse e che stessi compiendo il mio dovere contro il lavoro nero) ed essendo il podere lontano dal capoluogo dove sono ubicati gli uffici, per mia tranquillità nel timore di perdermi nel labirinto delle specifiche leggi ho dovuto servirmi di professionisti privati.

Ebbene, ecco gli adempimenti a cui sono stato costretto, effettuati solo grazie alla preziosa assistenza del consulente del lavoro, del commercialista, dell’ingegnere esperto del “Codice Ateco”: iscrizione alla Camera di commercio, assegnazione della partita Iva, corso di trentadue ore per il brevetto di “responsabile del servizio di prevenzione e protezione” per la sicurezza nei luoghi di lavoro, documento di valutazione dei rischi, protocollo sanitario (nomina annuale del medico competente, rilascio al dipendente dell’idoneità lavorativa, corso per addetto al primo soccorso, incarico di addetto al primo soccorso), corso di trentadue ore per rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (per il lavoratore), registrazione Inail del responsabile della sicurezza, corso per addetto alla prevenzione, lotta antincendio e gestione delle emergenze (per il lavoratore), nomina dell’addetto antincendio, corso di formazione dei lavoratori (per il lavoratore), corso per operatori addetti alla conduzione di trattori agricoli o forestali a ruote, corso di informazione, formazione, addestramento per l’utilizzo delle attrezzature (motosega).

Orbene, anche una persona di infimo buon senso, non dico i soloni del Parlamento, delle Regioni, dei sindacati, si rende conto da questo caso specifico che le leggi fatte con le migliori intenzioni sono l’inferno per la gente comune. Può un semplice agricoltore, che sta facendo una cosa meritoria, essere angariato e trattato come un potenziale delinquente, da “coordinare e indirizzare a fini sociali”? Possibile che a un semplice agricoltore che vuole assumere legalmente un bracciante agricolo debba essere applicata una legge forse già asfissiante per una media impresa? Quando sento parlare certi governanti, che nel mio podere non assumerei neppure come spazzini, riempirsi la bocca di parole come incentivi, semplificazioni, agevolazioni, sburocratizzazioni, facilitazioni; quando ascolto certi sindacalisti, che nel mio podere non prenderei mai neanche come braccianti, vantarsi di lottare contro la disoccupazione e il lavoro nero; quando sento certi consiglieri regionali, che non vorrei a lavorare con me nemmeno gratis, prendersela con gli uni e gli altri, e poi fare altrettanto contro chi ingaggia e chi lavora, viene retoricamente da domandarmi come Leonardo Sciascia nel suo Candido: “E se fossero soltanto degli imbecilli?”.

* Pietro Di Muccio de Quattro, Società Libera

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