GIUSTIZIA

Restituito il tesoro al geometra d’oro

Bollato come “evasore fiscale da almeno 60 anni”, il 92enne Perona, incensurato, vince contro lo Stato che gli aveva confiscato il suo patrimonio di oltre 120 milioni. Essere ricchi non è un reato. Una sentenza storica – di Gigi MONCALVO

La sentenza è clamorosa e smonta un precedente che avrebbe potuto allargarsi a macchia d’olio, creare gravi conseguenze e colpire indiscriminatamente i beni e la reputazione dei cittadini. La Corte d’Appello di Torino ha stabilito che non è possibile confiscare i beni di una persona incensurata (ma che ha la “colpa” di essere ricca e di essersi avvalsa “furbescamente” di tutte le possibili scappatoie per eludere il fisco) appiccicandogli l’etichetta di essere “socialmente pericoloso”. E usando questo “stratagemma” per fargliela pagare permettendo allo Stato di impadronirsi dei suoi beni.

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UN GEOMETRA D’ORO - Il protagonista di questa vicenda è il geometra Giovanni Perona, 92 anni, e qualche preoccupante acciacco, uno degli uomini più ricchi, e “furbi” – qualcuno non sarà d’accordo nel considerarlo tale – di Torino. Nato in provincia, a Balangero, basso profilo, sconosciuto al grosso pubblico, lontano da lussi e salotti, ha sempre avuto un fiuto senza eguali, dal dopoguerra ha fatto affari con i grandi nomi del capitalismo internazionale e accumulato una fortuna incalcolabile. Si è servito anche del Vaticano per farla arrivare sui suoi conti svizzeri. Poi ha commesso un errore: ha fatto rientrare una parte del suo denaro valendosi per due volte dello “scudo fiscale”. In tal modo ha attirato le attenzioni della guardia di finanza, che nel corso di numerose precedenti verifiche non aveva mai trovato nulla di irregolare. “Sono solo un uomo che si è fatto da sé”, si è sempre limitato a dire.

DUE CONTI, 121 MILIONI - Perona è stato, per tutta la vita, un geniale imprenditore (soprattutto nel ramo escavazioni, trasporti, smistamento di minerali), investendo in edilizia residenziale, siderurgia, miniere, costruzione di strade, accumulando una ricchezza senza pari. Da un paio di giorni è ancora più ricco e si è tolto la soddisfazione più grande della sua vita. Ha vinto contro lo Stato che lo aveva bollato come “un grande evasore fiscale da almeno 60 anni”. Per questo il Tribunale gli aveva prima sequestrato (nel 2014) e poi confiscato (nel febbraio del 2016) la somma di 121,5 milioni di euro custoditi in un deposito-titoli (92 milioni) e su un conto (29,5 milioni) presso Intesa San Paolo. Martedì scorso è stata depositata la sentenza in cui la Corte d’Appello di Torino (Quinta sezione penale, presidente Arturo Soprano, consigliere Enrico Ceravone, relatore Roberta Bonaudi) stabilisce che questa somma gli deve essere restituita. E, quindi, che Perona non è il colossale evasore che i numerosi e dettagliati rapporti della guardia di finanza (quasi tre anni di indagini) e una sentenza di 215 pagine del Tribunale, un anno fa avevano indicato di elevata “pericolosità sociale”, anche se è sempre stato incensurato. Tutto cancellato, dunque. Il geometra rientrerà in possesso della somma non appena saranno decorsi i 10 giorni per l’eventuale impugnazione, oppure quando la Cassazione, se investita della causa, si sarà pronunciata.

VALLETTA E LA MINIERA  DI GOA - Questa storia ha dell’incredibile. L’esistenza imprenditoriale di Perona e dei suoi affari comincia nel 1943 quando morì il fratello e si ritrovò, a 18 anni, ad affiancare il padre nella loro piccola società di autotrasporti al servizio della Venchi Unica, l’azienda del cioccolato. Alla fine della guerra, Perona fondò la sua prima società edilizia. Era il 1946, aveva 21 anni. Due anni dopo, passò a lavorare per l’“Amiantifera” di Balangero, una società del gruppo Iri-Finsider. Lì imparò i segreti degli scavi. Qualche anno dopo per conto di Vittorio Valletta andò a Goa, colonia portoghese, poi passata all’India: doveva estrarre e trasportare il ferro dalle miniere della Fiat, ottenne la gestione di uno fra i più grandi giacimenti del mondo. In seguito firmò un contratto con Iri-Finsider. Guadagnava così tanto che ogni giorno e per anni i suoi corrieri partivano per lo Sri Lanka con decine di valigie imbottite di rupie. A un certo punto volle farsi rescindere il contratto e vendere la miniera alla Finsider: aveva saputo in anticipo che i beni stranieri stavano per essere nazionalizzati da Nuova Delhi che stava per riappropriarsi di Goa. Fu la sua grande opportunità. Con l’immenso guadagno, nel 1956, fondò la Siet, una società edilizia, minerario e di costruzione di strade.

PROFITTI ENORMI - In quel periodo “i profitti furono giganteschi”, come hanno ricostruito i giudici di primo grado basandosi sui rapporti della Guardia di finanza. Evidenziando anche, da parte di Perona, “una imponente ed encomiabile opera di civilizzazione, con la costruzione di case, strade e collegamenti nella giungla indiana”, perfino uno scalo portuale nato dal nulla, e con rapporti con le maestranze locali “improntate al riconoscimento di diritti, garanzie e tutele sino ad allora sconosciute”. Secondo i giudici, Perona proprio in quegli anni cominciò a utilizzare società fiduciarie per far tornare in Europa il denaro e “schermare” gli ingenti guadagni che reinvestiva in maniera geniale. Sia per portare fuori i soldi da Goa (3 milioni di dollari al mese per almeno sette anni a cavallo del 1960) sia per far uscire dall’India il ricavato dalla vendita del porto e della miniera vendute alla Finsider  – secondo un suo collaboratore – “si era rivolto al Vaticano e, tramite i Salesiani e i Gesuiti, aveva trasferito il denaro in Svizzera, presso il Banco di Roma, istituto di riferimento del Vaticano”. Secondo altre testimonianze di suoi dipendenti, questa “intercessione” dello Ior  aveva comportato il pagamento di un “cospicuo pedaggio” al Vaticano”, dato che – scrivono i giudici – “si trattò di una commissione (o, sarebbe forse meglio, dire “tangente”) del 40%”. 

CON GARDINI E DEBENEDETTI - Negli ultimi 50 anni, Perona ha incrociato i suoi affari con altri importanti finanzieri come Camillo De Benedetti, l’uomo che con la società Paleocapa tentò la scalata a Fondiaria con Raoul Gardini per creare un polo assicurativo in contrasto con Le Generali. In parte la liquidità era arrivata dalle azioni acquistate proprio da Perona attraverso la Siet. E dagli ingenti profitti che gli erano derivati da un altro business gigantesco: per 30 anni aveva avuto dalla Finsider l’appalto di tutte le movimentazioni all’interno dell’Ilva di Taranto. Per questo, quando l’acciaieria venne messa in vendita dall’Iri, Perona cercò di acquisirla con la solita cordata, ma l’assegnazione alla famiglia Riva determinò per lui la fine del prezioso appalto.

IL “REGALO” AL MAGGIORDOMO - I fari della guardia di finanza non si erano mai accesi sul geometra torinese e alcune verifiche di routine non avevano fatto scoprire nulla. Ma, quando il suo maggiordomo-factotum acquistò per 2,1 milioni di euro quattro appartamenti e quattro box a Torino in un palazzo di Perona, le fiamme gialle, visto che la somma era ben lontana dalle disponibilità del domestico, lo interrogarono insieme alla moglie. Ammise che si trattava di intestazioni fittizie, non era la prima volta, e che il denaro era un “prestito”, una specie di “regalo” del suo datore di lavoro. Ma quelle indagini portarono alla scoperta che il maggiordomo e la moglie avevano scudato dalla Svizzera 800 mila euro, senza nemmeno conoscere il nome del loro commercialista e le modalità del rientro.

SCUDATI ALTRI 62 MILIONI - La Finanza andò a interrogare Perona per verificare la versione del domestico. Ma il geometra avrebbe reagito in malo modo contro gli uomini in divisa sfiorando le offese e provocando altre indagini a tappeto. Emerse che nel 2003 (per 38 milioni) e nel 2009 (per 24) si era avvalso dello “scudo fiscale” facendo rientrare in Italia una parte dei suoi conti svizzeri per un totale di 62 milioni. La somma era stata subito investita in borsa ed era raddoppiata. La Finanza andò in profondità. Incrociando i dati delle denunce dei redditi era risultato che il patrimonio di Perona era “spropositato” rispetto a quanto denunciato al Fisco: dal 1962 al 2002 aveva sempre dichiarato cifre non modeste ma sproporzionate rispetto alla sua ricchezza e alle sue disponibilità (sul suo conto corrente c’erano 5 milioni di euro mentre il massimo del reddito annuo dichiarato era di 180mila euro nel 1996, mentre la moglie dichiarava da tremila, per molti anni, a 74mila euro ma solo per il 2003). Inoltre dal 1967 il geometra abitava in una lussuosa residenza in Strada delle Sei Ville, a Torino vicino alla Gran Madre. Come mai nel corso degli anni tutti gli esiti delle verifiche fiscali erano stati irrilevanti? La Finanza aveva accertato che oltre alle somme scudate, molto denaro era ancora depositato nei suoi conti svizzeri, conti che – secondo una funzionaria della ex “Banca di Roma per la Svizzera” – solo nel periodo 1980-90 avevano giacenze medie di oltre 100 miliardi di lire, erano continuamente alimentate dall’estero con il provento degli investimenti sempre azzeccati di Perona. Per non parlare di altri conti aperti presso la Societé Générale

“NON SI OCCUPAVA DELL’ASPETTO FISCALE” - Per i suoi difensori (gli avvocati Cesare Zaccone e Mario Garavoglia) “Perona non si era mai occupato delle incombenze fiscali né dei bilanci avendo delegato tutto al socio e amministratore Giovanni Rossanigo, defunto nel 2008”. “Il nostro cliente non ha mai commesso reati”, hanno scritto. Sottolineando che, in ogni caso, mancavano i presupposti per applicare il sequestro prima e la confisca poi, dato che Perona oltre ad essere incensurato, era stato per due volte prosciolto (in una vicenda di presunta evasione dei contributi Inps dei lavoratori delle sue imprese all’Ilva di Taranto), o neppure indagato per specifici delitti (truffa e prestiti a usura) a causa della sopravvenuta prescrizione. Né era stato  mai stato perseguito per falsi in bilancio e appropriazione indebita dato che era intervenuta la depenalizzazione di quei reati. Non solo ma gli avvocati hanno parlato anche di “ingenti perdite” subite negli anni da Perona causa dell’azzeramento di quote di alcune sue società e di investimenti non andati a buon fine. Il nostro cliente – hanno scritto i suoi legali – “ha sempre denunciato i redditi. Certo, ha anche pagato i condoni e fatto rientrare fondi con lo scudo fiscale. Ma era denaro guadagnato in modo lecito all’estero”.

INCENSURATO MA PERICOLOSO SOCIALMENTE? - I giudici di primo grado che alla fine decisero di confiscare i beni di Perona, tranne la villa, si trovarono di fronte a una costruzione giuridica, nonostante i documentati rapporti della Finanza, che aveva un punto debole: è possibile confiscare i beni di una persona incensurata? Per arrivarci occorreva dimostrare la “pericolosità sociale” dell’individuo e i giudici (presidente Pietro Capello, consigliere Luca Barillà, relatore Irene Gallesio) avevano argomentato che «se si vuole che i concetti di “dedizione abituale ai traffici illeciti” e di “pericolosità sociale” abbiano un effettivo significato (…) è necessario che il rimprovero (ovviamente in senso giuridico e non etico), mosso all’imprenditore votato all’illecito, abbia un significato realmente sostanziale, e non di mera violazione formale delle regole». Ebbene, secondo i giudici, la “colpa” addebitabile a Perona «consiste nel fatto che, nelle piccole come nelle grandi vicende, egli per tutto l’arco della sua carriera ha operato da un lato privando e depauperando le società di risorse che pertinevano al patrimonio sociale e, dall’altro, ha sempre agito come se la società fosse una cosa propria, utilizzata e da utilizzare semplicemente come un bene di sua assoluta e totale proprietà, senza alcun vincolo o remora». Era sufficiente questo per confiscargli 121 milioni?

LA SENTENZA DI APPELLO – Ora i giudici d’Appello hanno ribaltato la decisione, revocato la confisca,  ordinato la restituzione del denaro al geom. Perona. Il quale ha appreso con immaginabile soddisfazione l’esito del processo. Insieme con sua moglie Mafalda Canale, 93 anni. A condurre la battaglia, c’è la loro unica nipote insieme con il marito, il commercialista Enrico Fiammengo. La Corte d’Appello ha smontato la “pericolosità sociale” e l’“inclinazione a delinquere” su cui poggiava la sentenza di primo grado. I giudici di Appello citano la Corte di Cassazione che nel 2015 affermava che “il giudizio di pericolosità, orientata, si fonda sull'oggettiva valutazione di fatti sintomatici collegati ad elementi certi e non su meri sospetti”, senza alcuna inversione dell'onere della prova a carico dell’imputato (…). Affermare l’attualità della pericolosità sociale di un individuo (in un dato momento storico) è infatti operazione complessa che nel giudizio di prevenzione non si basa esclusivamente sulla ordinaria "prognosi di probabile e concreta “reiterabilità" di qualsivoglia condotta illecita (…) ma implica il precedente inquadramento del soggetto in una delle categorie criminologiche tipizzate dal legislatore”. E cioè:  dedizione abituale a traffici delittuosi; finanziamento sistematico dei bisogni di vita almeno in parte con i proventi di attività delittuose; condotte lesive della integrità fisica o morale dei minori o della sanità; sicurezza o tranquillità pubblica; indiziati di appartenenza ad associazioni mafiose e altre ipotesi tipiche. Cui non siano seguiti segni indicativi di un tangibile ravvedimento o dissociazione. “Dunque parlare di pericolosità sociale come caratteristica fondante del giudizio di prevenzione (…) può essere fuorviante lì dove tale nozione venga intesa in senso del tutto generico, senza tener conto della selezione normativa delle specifiche categorie di pericolosità”.

LA TRUFFA ALL’INPS – Il fatto che Perona fosse incensurato non è decisivo, scrivono i giudici, “dovendosi comunque indagare sulle ragioni della assenza di precedenti condanne definitive, essendo evidente che un certificato penale immacolato non esclude una abituale dedizione a traffici delittuosi, se essi si sono risolti in esiti processuali diversi dalla condanna per ragioni che non ne escludono la rilevanza penale”. C’è un solo precedente che riguarda Perona: “Pur avendo accertato la sussistenza del reato di truffa nella vicenda INPS-ILVA, la Cassazione aveva annullato senza rinvio la sentenza impugnata in quanto il reato era estinto per prescrizione”. Quindi è corretto affermare che Perona, commise una truffa in danno dell'Inps in concorso con i fratelli Riva, ma si tratta di una singola condotta penalmente rilevante, tenuta nel 1998 e, anche qui come per un’altra vicenda, “foriera di profitti illeciti più per i correi che per Perona, atteso che furono i Riva a godere dei benefici indebiti dei contributi previdenziali. Si tratta di un fatto che, pur grave, appare non sintomatico di una abituale dedizione al delitto. E quindi non può trarsi quel giudizio di pericolosità sociale di Perona per l'intera sua vita imprenditoriale”.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    17:50 Lunedì 13 Novembre 2017 EXTRATERRESTRE MONCALVO SEMPRE SUPERLATIVO, MA NON OBIETTIVO CON IL GEOM. PERONA

    RICCHEZZE INSENSATE NASCONDONO RUBERIE O DELITTI SE NON SONO PER LOTTERIE... COSI' RIPETEVA IL MIO PROF. DI LETTERE AL LICEO. COME NON DARGLI RAGIONE IN AFRICA ! CAUTO AD INCENSIRE MONCALVO, VISTO CHE HA AVUTO SOCIO UNO COME DE BENEDETTI ! ! ! ! !

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