VERSO IL VOTO

“Sinistra all’acqua di Lete, ma il Pd venga in fabbrica”

Riconquistare il mondo del lavoro, a partire da quello dipendente, magari prevedendo propri rappresentanti negli stabilimenti. A Renzi non si chiedono abiure, però un vero riformista deve saper fare i conti con la realtà. L'analisi di Chiarle (Fim-Cisl)

I dirigenti del Pd dovrebbero stare un po’ meno davanti alle telecamere e un po’ di più nelle fabbriche. La critica non arriva da uno dei tanti componenti del caravanserraglio che alberga a sinistra, ma dal segretario della Fim-Cisl di Torino Claudio Chiarle, il quale da “elettore” non ha mai nascosto le sue simpatie per il partito di Matteo Renzi. È un’analisi sincera quanto impietosa quella del sindacalista dei metalmeccanici nei giorni in cui si consuma l’ennesimo psicodramma in seno a una comunità politica che pare aver perso la bussola. Il ragionamento di Chiarle è semplice: “Se il Pd vuole riportare i suoi elettori alle urne deve riconquistare il mondo del lavoro, a partire da quello dipendente” e per farlo “non bastano i social network o i talk show, ma è necessario tornare ad avere dei referenti nelle fabbriche e, più in generale, nei luoghi di lavoro”. Parole pronunciate in un colloquio telefonico con lo Spiffero mentre è di ritorno, a bordo della sua auto, dalla Skf di Pianezza dove alle elezioni per la Rsu aziendale ha votato il 90 per cento degli addetti, “a dimostrazione che se le persone conoscono i candidati non rinunciano a esprimere il proprio voto”.

Uno sfilacciamento, quello tra politica ed elettori, dovuto, secondo Chiarle, anche a un sistema elettorale che favorisce la presenza in lista “dei notabili di partito e di alcune figure professionali che in parlamento sono preponderanti”, di qui la certezza che “fondamentale sarebbe il ritorno alle preferenze, per coinvolgere un blocco sociale attraverso la candidatura di un suo rappresentante”. Oggi, invece, per fare un esempio, “gli operai non possono più votare uno di loro e difficilmente si recano alle urne”. Un discorso che rischia di diventare ozioso giacché l’unica certezza è che ancora una volta la legge elettorale non prevede le preferenze.

Quel che invece il Pd può e deve tornare a fare è parlare con i lavoratori, “senza  abiure” come nel caso del Jobs Act, ma senza neanche preconcetti perché “un vero riformista deve essere sempre disposto  a modificare leggi, nell’ottica di aggiornarle e migliorarle”. La riforma del lavoro è un caso emblematico con i sindacati che restano sulle barricate nel chiedere la reintroduzione dell’articolo 18. “Da un anno e mezzo a questa parte il governo ha cambiato atteggiamento nei confronti delle rappresentanze del lavoro, riconoscendo la necessità di un confronto con le parti sociali”, un periodo che coincide con il crepuscolo dell’era Renzi a Palazzo Chigi, ma soprattutto con l’insediamento di Paolo Gentiloni.

Da una parte il Pd conserva nel suo dna la vocazione maggioritaria e quindi l’ambizione di rivolgersi a una platea elettorale vasta che racchiude pubblico impiego e partite iva, pensionati e disoccupati, classe operaia e padroni secondo un lessico ormai in disuso; ma allo stesso tempo non può rinunciare all’eredità ricevuta. Una dote elettorale fatta di salariati e più in generale lavoratori dipendenti sperperata negli anni e in gran parte confluita nell’astensionismo prima ancora che negli altri partiti: “Essere interclassisti non vuol dire non rappresentare nessuno”.

Ma se il Pd naviga a vista strizzando l’occhio oggi all’uno e domani all’altro, alla sua sinistra la situazione è ancor più drammatica, salvo diventare grottesca dopo la scissione avvenuta in quello che fu il Comitato 4 dicembre, che si schierò contro la riforma costituzionale. I due leader, Tomaso Montanari e Anna Falcone hanno imboccato strade diverse così come sembrano viaggiare su binari ben distinti Giuliano Pisapia e Laura Boldrini, pur continuando a giocare nello stesso campo (progressista), mentre ancora più a sinistra Pier Luigi Bersani ha un bel daffare a tenere insieme Mdp, già in crisi di senso e consenso. “Siamo alle scissioni ad personam, mi ricordano tanto la particella dell’acqua Lete – scherza amaro Chiarle –. Sono l’immagine più fedele di una sinistra autoreferenziale e che fa fatica a rappresentare pezzi di società”.

Uno scenario di disgregazione che può essere superato “in un unico modo – conclude il sindacalista –. Renzi si metta in silenzio stampa sulle alleanze e inizi a parlare di contenuti. Faccia un programma chiaro in pochi punti e sulla base di quello, dopo, provi ad aggregare le altre forze”. 

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