POLITICA & SANITA'

Sanità, il Piemonte non è un modello

C'è quasi una perfetta aderenza al sistema nazionale, a differenza di Lombardia e Veneto. Il piano di rientro ha ulteriormente ridotto i livelli di autonomia regionale. Ciò non ha impedito di ottenere qualche buon risultato. Lo studio di Federsanità

Uno sguardo, ma spesso non più di quello, al modello lombardo e una strada quasi sempre coincidente con le indicazioni e talvolta pure gli obblighi nazionali. Se la risposta al titolo della ricerca promossa dal Centro d’Eccellenza Interdipartimentale per il Management Sanitario dell’Università del Piemonte Orientale e da Federsanità Anci Piemonte ovvero “Esiste un modello sanitario piemontese?”, è positiva, quel modello pur nell’evolversi e nel modificarsi negli anni, al contrario di quanto avvenuto in Lombardia, ha visto un frequente allineamento con lo schema nazionale. Un bene? Un male?

Se la regione confinante è, con il Veneto, tra le prime in fatto di qualità ed efficienza dei servizi sanitari e vanta un’elevata mobilità attiva di pazienti da altre regioni tra le quali in maniera pesante proprio il Piemonte, anche questa risposta appare scontata. Ma va altresì osservato e lo studio ne dà ampiamente atto che, pur con un sistema meno “autonomista” rispetto ad altri, nella sanità piemontese anche “in uno scenario complesso, nel quale possono legittimamente aversi impressioni contrastanti sull’attuale momento, c’è un dato che non va trascurato” come osservano gli autori della ricerca: “Si tratta del miglioramento che il Piemonte ha ottenuto nel posizionamento all’interno del ranking dei Ssr elaborato dal ministero della Salute in base alla cosiddetta griglia Lea, ovvero a quegli indicatori e risultati che consentono di valutare l’adempimento delle Regione agli obblighi di erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni”. Passando dal terzo al secondo posto, con il miglior punteggio in termini assoluti mai ottenuto, il Piemonte mostra una “risalita” nella classifica che, confermando un trend positivo, incoraggia rispetto alla capacità dal sistema di reggere (anche) alla difficile fase di attuazione del piano di rientro e, soprattutto, ai problemi che avevano condotto alla sua attivazione.

Come un poderoso spartiacque tra un prima e un dopo, con un complicato e lungo durante, quello che di fatto è stato un commissariamento della sanità piemontese ne ha finito per condizionarne scelte e strategie. La stessa riforma delle rete ospedaliera, accolta con non poche perplessità e malcontenti che ancora permangono in alcune zone della regione, avviene con modi e percorsi (la delibera della Giunta che approda in Consiglio regionale dove la maggioranza non può che limitarsi, sia pure tra mugugni non sottaciuti, a una mera presa d’atto) dai quali traspare il forte condizionamento ministeriale, esercitato con il famoso e per alcun famigerato tavolo Massicci. Uno snodo cui viene dedicato ampio rilievo nello studio che sarà presentato stasera ad Alessandria nel corso del convegno di Diritto sanitario in un dibattito cui parteciperanno l’assessore alla Sanità Antonio Saitta, il presidente di Federsanità Piemonte Gian Paolo Zanetta, i consiglieri regionali Davide Bono (M5s) e Domenico Ravetti (Pd) che guida la IV commissione a Palazzo Lascaris, l’ex assessore Ugo Cavallera, il deputato “montiano” Giovanni Monchiero e le cui conclusioni sono affidate all’ex ministro della Salute, oggi al Csm, Renato Balduzzi.

Una data segna l’inizio non della fine, ma certo di un inevitabile rallentamento del percorso sanitario del Piemonte: “Il 29 luglio 2010 viene firmato il piano di rientro tra Regione e ministero dell’Economia e Finanze” ma già  “nell’estate del 2011 si manifesta la crisi del debito pubblico e inizia, come noto, una fase di revisione e di contrazione della spesa pubblica che coinvolge tutti i livelli di governo e tutti i comparti – osservano gli autori dello studio – e l’interazione di questi tre fattori principali apre una fase di particolare incertezza.  La nuova Giunta (presieduta da Roberto Cota, ndr) mostra di voler affrontare i problemi finanziari del Servizio sanitario regionale assumendosi la responsabilità del piano, nell’ambito della procedura di affiancamento che chiama anzitutto la Regione, con margini di decisione almeno inizialmente non esigui, a proporre i contenuti del percorso di rientro dal disavanzo e di riqualificazione dei servizi”.

Un percorso che “assume la doppia veste di atto esecutivo del programma politico-amministrativo della nuova Giunta e di strumento attuativo del piano di rientro”. Ma “questa doppia natura del progetto non giocherà a favore, tuttavia, né dell’esecuzione del programma di mandato né dell’attuazione del piano di rientro”. Lontani i tempi delle prime riforme con il passaggio dalle Ussl di fatto strumenti in cui il peso dei Comuni era rilevante alle Asl, in numero decisamente maggiore a quello delle attuali aziende, frutto a loro volta di precedenti accorpamenti in ambito provinciale. E proprio alle fusioni, di cui si parla in queste settimane con differenti visioni, il lavoro svolto da Ceism e Federsanità dedica un passaggio in cui si sottolinea come “dalla discussione dentro e fuori le sedi istituzionali deputate, dipenderà una parte dell’evoluzione del modello piemontese”.

print_icon

2 Commenti

  1. avatar-4
    09:06 Giovedì 16 Novembre 2017 Pacioc Bel convegno!

    Sono presenti: alcuni che hanno -diciamo così- hanno contribuito alla splendida (?) situazione della sanità in Piemonte, Un ex ministro che ne ha sparate, a suo tempo, di veramente grandi. Un assessore "pesce fuor d'acqua". Alcuni politici che in materia non mi pare siano particolarmente esperti. Poi infine, c'è pure Federsanità, organizzazione che , è notissimo, ha fatto grandissime cose per la sanità nazionale e regionale. Ahahahahahahhhh..

  2. avatar-4
    08:37 Giovedì 16 Novembre 2017 tandem Un modello si, ma negativo

    Chiunque conosca le sanità regionali di eccellenza si rende conto che il Piemonte è il fanalino di coda del nord. Organizzazione regionale caotica, informatizzazione in ritardo, troppe strutture fatiscenti, progetti come la città della saluta o l'ospedale alba bra in ballo da anni, tempi di attesa in aumento e qualità delle prestazioni sul territorio in calo. Attrito con i sindacati e Personale stanco e demotivato. Non ci vogliono costosi studi universitari per capire, vadano in giro per le aziende e chiedano a personale e utenti....

Inserisci un commento