SALOTTI & TINELLI

Gros-Pietro resta senza Compagnia

Alla cerimonia in cui è stato proclamato “Torinese dell’anno” non è sfuggita l’assenza dei vertici della fondazione San Paolo. Un fatto che testimonia i rapporti non proprio idilliaci tra il presidente di Banca Intesa e il suo principale azionista

Incidente diplomatico causato da pasticci di agende, sgarbo “istituzionale” dettato da ruggini personali o precisa volontà di marcare la distanza? Quale che sia la ragione, sta di fatto che l’assenza dei vertici della Compagnia di San Paolo all’odierna cerimonia di conferimento del premio di “Torinese dell’anno” a Gian Maria Gros-Pietro non è certo passata inosservata. Né il presidente della fondazione, Francesco Profumo, né il suo vice, Licia Mattioli, e neppure il segretario generale Pietro Gastaldo hanno preso parte ai festeggiamenti del presidente di Intesa Sanpaolo, banca di cui la Compagnia è il primo azionista pubblico e per conto della quale il professore siede nel board. E sarebbe proprio la scarsa incisività di Gros-Pietro a rappresentare gli interessi e le istanze “torinesi” ai tavoli di Ca’ de Sass ad aver progressivamente raffreddato i rapporti con gli inquilini di corso Vittorio.

Al di là delle divergenze registrate su alcuni dossier, da quello su tempi e procedure per limare la quota in possesso dell’ente all’assalto (fallito) alle Generali, in Compagnia lamentano di essere spesso tagliati fuori dalle principali decisioni che concernono l’istituto. In ultimo, l’imminente riassetto organizzativo studiato dal Ceo Carlo Messina, con il paventato rischio di marginalizzazione di Torino, avrebbe ulteriormente esacerbato gli animi. Perché hai voglia a sbandierare il superamento della “logica campanilistica”, cascame della fusione meneghin-sabauda, quando a rimetterci è praticamente sempre la città della Mole. Ovviamente, nessuno pensa che Gros-Pietro (assieme a Bruno Picca e Gianfranco Carbonato, altri componenti del cda di matrice subalpina) debba ergersi a sindacalista di Torino, ma una maggiore attenzione all’impatto che certe decisioni producono sul territorio oggi sono in molti (e non solo in Compagnia) a chiederglielo.

È paradossale che proprio la “torinesità” sia stata, assieme al prestigioso curriculum accademico e professionale, la ragione principale del riconoscimento assegnatogli dalla Camera di Commercio: “Per aver contribuito a formare buona parte della classe dirigente della Città non solo attraverso l’insegnamento universitario, ma anche attraverso l’esempio dato nel portare avanti tutti gli incarichi ricevuti. La sua torinesità è stata e sarà modello per molti di noi, anche ora che guida la prima banca d’Italia”. Una “torinesità” decantata nel suo intervento dalla stessa sindaca Chiara Appendino che ne ha esaltato i tratti di “riservatezza” e “sobrietà”, tipici dell’undestatement sabaudo, come neppure un Enrico Salza degli anni ruggenti avrebbe saputo fare. È il “Sistema Torino”, neh.

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento