Un torinese nella Silicon Valley

Da Torino alla Silicon Valley. E ritorno. Perché «in Italia è tutto così lento che mettersi a fare impresa è da incoscienti. Però è proprio qui che ci sono le menti più brillanti. E una vita a misura d’uomo». Ne è convinto Guido Meak. Lui ha 45 anni, fa l’imprenditore da quando era giovanissimo e nel capoluogo sabaudo è cresciuto e ha studiato Economia all’Università. Oggi ci torna dopo aver fondato con successo la sua Nembol, società di software per il commercio online con sede a San Francisco ma con la testa (e il cuore) a Torino. Già, perché quella che è a tutti gli effetti una società americana prende vita dal lavoro di un team di sviluppatori dell’Incubatore del Politecnico di Torino. «Tutti bravissimi – spiega – con nulla da invidiare ai colleghi statunitensi».

Ma perché, allora, arrivare fino in California per questo progetto?
«Perché in Italia sarebbe stato irrealizzabile. In questo senso, gli Usa sono davvero la terra delle opportunità, dove tutto è possibile. Lì quando hai un’idea nessuno ti scoraggia dal realizzarla. E non solo non devi tenerla per te per paura che te la rubino, come faresti qui, ma puoi parlarne con il maggior numero di persone possibile. Io ho fatto così: mi hanno ascoltato, dato consigli. Ho scritto il mio progetto e cercato i finanziatori, a partire dagli amici torinesi che hanno messo quasi la metà del capitale iniziale. Poi ho realizzato il prototipo e sono tornato nella Silicon Valley: era il 2015. Agli sviluppatori del Poli ho pensato subito: sono ugualmente preparati e molto meno “instabili” di quelli statunitensi che, in un mercato così dinamico, possono abbandonarti per un’azienda concorrente da un momento all’altro e hanno costi pazzeschi. La qualità del lavoro degli italiani, insieme alla nostra grande capacità di essere flessibili e adattarsi alle circostanze, è molto apprezzata dagli americani. Investitori compresi».

Come è arrivato negli Usa?
«La prima volta è stata negli anni '90, grazie ad una borsa di studio a Boston. Ero di nuovo negli Stati Uniti nel 2000, nel pieno della “bolla” speculativa di internet che ha visto nascere colossi come Google: ho capito allora che volevo investire sulla tecnologia. Così ho fondato insieme ad un socio un’impresa di e-commerce sul modello dei franchising, Zerogray, che aveva la sede in Europa ma una filiale a San Francisco. Ed è qui che sono ripartito, con un visto da imprenditore, qualche anno più tardi, per fondare quella che oggi è la mia azienda». L’azienda si chiama Nembol e ruota intorno ad un software che permette a negozianti e marchi commerciali di mettere in vendita sulla rete i propri prodotti in pochi minuti. Tra i suoi committenti ci sono commercianti di tutto il mondo ma anche note aziende torinesi che producono articoli sportivi, occhiali e attrezzature da campeggio. Un bell’orgoglio per uno che ha aperto la sua prima società a 27 anni e, da allora, non si è più fermato.

Ma perché secondo lei fare gli imprenditori in Italia è così difficile?
«Partiamo dal presupposto che fare impresa vuol dire costruire qualcosa e venderlo con un utile per chi lo fa e per chi lo usa. Qui il mercato è molto piccolo, si pensa in piccolo, ci sono troppe tasse. L’impresa americana ha mille marce mentre noi in qualche caso abbiamo addirittura paura di fare progetti. Le idee ci sono, eccome! Ma mancano il coraggio e un po' di ottimismo. Oggi ho guardato un telegiornale: il cento per cento delle notizie era negativo. Di storie di successo ce ne sono, si potrebbero raccontare, perché nessuno lo fa? Perché non si parla di aziende che nascono ma di pensioni? Così finiamo per autoalimentare la crisi, non va bene».

Nessuna nostalgia del nostro paese, quando è negli States?
«Certamente. Qui è casa, si vive meglio. Nella Silicon Valley non c’è nulla che sia più vecchio di 50 anni, è tutto nuovo. Dopo un po' finiscono per mancarmi l’architettura, i “mattoni”, il gusto per l’estetica. Il cibo, naturalmente. E poi è un ambiente molto competitivo dove le relazioni tra le persone si basano esclusivamente sugli affari, sul lavoro. Noi non ci siamo abituati. Ma non mi fraintenda, l’America resta un posto meraviglioso dove si imparano tante cose».

Cosa serve a un imprenditore che vuole avere successo?
«Progetti. La capacità di crederci. E tanta, tantissima energia».

Se non avesse conquistato la Silicon Valley, che farebbe oggi?
«Probabilmente sempre l’imprenditore. O il professore universitario, anche se temo sarei molto più frustrato. Di certo non il dipendente: ho lavorato per qualche tempo in un’azienda ma quel ruolo mi andava proprio stretto».

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