TELECAMERA CON VISTA

A La7 crollano gli ascolti, allora Cairo mira al canone

Non paga la linea editoriale filo-grillina. I dati Auditel sono impietosi: calo vertiginoso dello share in prima serata e nel giorno medio. E allora l'imprenditore alessandrino gioca la carta del servizio pubblico e pensa di battere cassa al Governo

A Urbano Cairo piace più il canone dell’auditel. A inserire il tycoon piemontese in quello sparuto novero di italiani i quali, parafrasando un’infelice sortita di un ex ministro dell’Economia, ritengono che pagare la tassa sulla televisione sia bello, sono proprio i dati arrivati degli ascolti de La 7. Negato dai vertici della rete televisiva, pronti ad affidare il vessillo della smentita all’alfiere Massimo Giletti e alla sua Non è l’Arena, il calo degli spettatori è raccontato dai numeri. Quelli che, come elenca il sito Business Insider, attestano lo share medio in prima serata, nel periodo tra il 10 settembre e il 2 dicembre, crollato del 14,48% al 3,78%. L’ammiccamento della televisione urbaniana al popolo grillino, con ospiti molto filo-Cinquestelle ormai più fissi di un mobile negli arredi dei vari talk, non ha dato i risultati attesi, anzi. L’effetto del posizionamento in maniera spesso se non sempre marcata pare abbia avuto l’effetto contrario: i fan di Luigi Di Maio e i difensori a prescindere di Virginia Raggi e Chiara Appendino forse mentre vanno in onda i programmi de La 7 staranno con le dita sulla tastiera, privilegiando la rete rispetto alla rete di Cairo. Il quale non a caso e per far fronte a quello che gli osservatori indicano come un assai probabile calo degli introiti pubblicitari (questo è il periodi di rinnovo dei contratti e quindi il polso lo si ha con immediate ripercussioni sulle casse) rafforza, con i suoi mezzi televisivi e cartacei, la linea ormai palesemente imboccata: non lasciare solo la Rai a giocare la carta del servizio pubblico.

Il canone piace a Urbano, purché una fetta arrivi pure alla sua televisione, specie in un momento dove agli ascolti in calo difficilmente potranno corrispondere più contratti con gli inserzionisti e tariffe altrettanto alte. Difficilmente sbaglia chi prevede per i prossimi mesi una sempre più strutturata e possente battaglia del gruppo a favore della ripartizione dei proventi del canone tra tutte le emittenti che fanno servizio pubblico. Sul terreno Cairo è già sceso da tempo, rimandando la sua vociferata discesa in campo politico, puntando proprio sui Cinquestelle per scardinare il duopolio Rai-Madiaset e, più ancora, trovare quelle sponde in grado di favorire i proposito dell’editore: battere cassa al Governo, ponendo sul tavolo come contropartita proprio la non più esclusività di viale Mazzini nella fornitura di programmi che ricadano nell’ambito del servizio pubblico. In tal senso La7 con la sua offerta enorme di trasmissioni di informazione e approfondimento non solo ha ridotto i costi (produrre una puntata di una fiction costa non meno di tre volte quel che si spende per un talk), ma si pone nelle condizioni davanti alle quali sarebbe difficile obiettare che, almeno in alcuni casi, non fa servizio pubblico, definizione peraltro ancora spesso cucita a seconda delle necessità.

La legittimazione popolare è uno dei punti cruciali ricercati e, in parte, ottenuti dalla televisione cairota. Ma oggi, quando i Cinquestelle al Governo dicono solo che ci andranno senza ancora esserci, il tycoon piemontese guarda con estremo interesse e forse con altrettanta speranza a chi nell’esecutivo ci sta ( in futuro potrebbe pure tornarci persino da premier): il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, proprio in una trasmissione de La7 non molto tempo addietro disse che “alla gente che guarda la televisione interessa avere il prodotto non chi lo offre” e quindi “a chi fa un lavoro di servizio io do quei soldi”. Soldi che sarebbero tanti – il canone frutta 1 miliardo e novecento milioni – ma che per essere concessi in parte anche ad altre televisioni che fanno servizio pubblico, queste sarebbero sottoposte al vincolo di abbassare al 4% settimanale il tetto degli spot. Lo ha messo nel conto Cairo? Oppure la battaglia per il servizio pubblico nasconde il falso bersaglio: rivedere al ribasso il tetto alla pubblicità Rai e rosicchiare una buona parte di quei 615 milioni di euro che la Tv di Stato ha raccolto dagli inserzionisti lo scorso anno.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    16:41 Venerdì 08 Dicembre 2017 tost tost

    Pensavo che la pubblicita' di divani e poltrone fosse sufficente. Ma non ci hanno sempre spiegato che ci sono delle leggi di mercato : meno introiti uguale meno stipendi, ci raccontano che il lavoro sta aumentando, ora possono prevare a vedere cosa offre il mercao.

  2. avatar-4
    16:27 Venerdì 08 Dicembre 2017 EXTRATERRESTRE VERI IMPRENDITORI E IMPRENDITORI PASTATALI ITALIANI, DI CUI E' ZEPPO IL NS. PAESE DI CACHI

    MA CHE CANONE ! CAIRO RIDUCI GLI STIPENDI AI TUOI DIPENDENTI COME MENTANA, GRUBER, ECC. OPPURE REVOCALI, OPPURE CAMBIA I TUOI PROGRAMMI, OPPURE VENDI LA7 SE E' IN PERDITA, CHE E' UNO DEI TUOI GIOCATTOLI, E PER GLI ITALIANI NON CAMBIA NULLA, PERCHE' CI SONO CIRCA 150 TV PRIVATE E LE 3 SCANDALOSE STATALI CHE DOBBIAMO SOVVENZIONARE CON UN CANONE ASSURDO. COME AL SOLITO, BASTA COPIARE DALL'ESTERO: IN FRANCIA DA UN GIORNO ALL'ALTRO HANNO TOLTO LA PUBBLICITA' DALLA TV DI STATO ED IL POPOLO ALLORA SI' CHE PAGA IL CANONE SENZA ESSERE VESSATO COME IN ITALIA ! CAIRO SVEGLIA, SVEGLIAAAAAA ! ! !

  3. avatar-4
    13:48 Venerdì 08 Dicembre 2017 abrecu pubblicità

    Forse Cairo ha esagerato con le interruzioni pubblicitarie e i programmi di intrattenimento politico ( che costano poco ) stancando anche i più fedeli telespettatori.

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