GIUSTIZIA

De Tomaso, stangata da 7,5 milioni

Mano pesante della Corte dei Conti nei confronti dei responsabili del crac dell’azienda automobilistica. Rossignolo padre e figlio con gli amministratori della società hanno usato soldi pubblici per scopi esclusivamente personali. Ora devono risarcire

Arriva una prima sentenza per il caso De Tomaso ed è una verdetto di condanna. Gianmario Rossignolo, il figlio e direttore generale Gianluca, il direttore amministrativo e finanziario Massimiliano Alesi, i due agenti finanziari Christian Limonta e Ramon Rotini e la società (fallita nel 2012) dovranno versare al Ministero del Lavoro, alla Regione Piemonte e alla Toscana più di 7,5 milioni di euro. Lo ha deciso la sezione giurisdizionale della Corte dei conti del Piemonte, presieduta da Cinthia Pinotti nella sentenza depositata ieri. Sospeso il giudizio nei confronti del vicepresidente e direttore delle risorse umane Claudio Degrate.

Mentre il processo penale è ancora in corso al tribunale di Torino, la magistratura contabile ha detto la sua sulla truffa che ha portato più di sette milioni di euro, soldi pubblici, nelle disponibilità dei manager “De Tomaso”. Nel 2012 un’inchiesta del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Torino aveva portato alla luce gli illeciti fatti dal management per ottenere contributi pubblici per il progetto di formazione “Orizzonti al futuro” con cui 1.100 dipendenti in cassa integrazione avrebbero dovuto imparare nuove tecnologie all’avanguardia per tornare al lavoro. Dopo una lunga trattativa nell’agosto 2011 il ministero del Lavoro aveva deliberato lo stanziamento di 19,2 milioni di euro di cui una parte (circa 7,6 milioni), dopo esser transitati negli uffici regionali toscani e piemontesi, sono arrivati alla società dei Rossignolo a fronte di alcune garanzie fideiussorie. Tuttavia i controlli su questi documenti rivelarono che quelle polizze erano false, sebbene fossero state pagate (a Limonta e Rotini) ben 1,5 milioni e 186mila euro. Gli accertamenti delle Fiamme gialle hanno poi permesso di scoprire che quei pagamenti erano una maniera per “predisporre la necessaria provvista finanziaria per ulteriori bonifici e l’emissione di assegni circolari a beneficio di alcuni soggetti, alcuni dei quali riconducibili alla famiglia Rossignolo che aveva il controllo e la gestione della De Tomaso, nonché a soci ed amministratori della società automobilistica”, è riassunto nella sentenza. Insomma, una fetta di quei pagamenti usciva dai conti dell’azienda per fare un giro e tornare in quelli del management.

Lo Stato si accorge che qualcosa non va e nel 2012, dopo i controlli sull’effettivo stato di avanzamento del progetto formativo, blocca l’altra parte di fondi stanziati e chiede indietro la somma erogata. Tuttavia l’azienda dei Rossignolo non la restituisce e così nell’estate il ministero del Lavoro chiede il fallimento al tribunale di Livorno (dov’era la sede legale). Ne nasce anche un’inchiesta penale che, per Limonta e Alesi, viene definita con il patteggiamento, mentre gli altri sono stati rinviati a giudizio per falso e truffa, e alcuni, come i Rossignolo, anche per bancarotta fraudolenta: secondo la Guardia di finanza amministratori, soci e dirigenti della De Tomaso avevano usato i soldi pubblici non per i corsi di formazione, ma per scopi esclusivamente personali, come “salari e retribuzioni del personale, forniture di beni e servizi, utenze elettriche, impianti telefonici, servizi di consulenza, pagamenti di imposte e tasse riferite ad annualità pregresse”, si legge nel verdetto con cui i giudici contabili hanno dichiarato gli imputati colpevoli. Una colpevolezza che, è stata determinata da un “ulteriore fattore”, cioè “l’atteggiamento processuale assolutamente inerte” della società De Tomaso, dei Rossignolo e di Rotini: “Non hanno ravvisato l’esigenza di controdedurre (cioè di fornire un’interpretazione diversa per difendersi, ndr) a seguito della notifica dell’invito, non si sono costituiti in giudizio e non hanno fatto pervenire alcuna documentazione a difesa”.

Congelato il giudizio sull’ex direttore delle risorse umane Degrate, difeso da Massimo Girardi, che non ha mai materialmente gestito i fondi pubblici: siccome gli elementi di prova contro di lui “non appaiono univoci e convergenti” e “non essendo stata dimostrata in maniera completa ed inoppugnabile la colpevolezza del convenuto”, la Corte ha deciso che “è opportuno attendere la conclusione del processo penale”.

Alla fine, però, è difficile che qualcuno paghi: nonostante le ricerche fatte dal curatore fallimentare Enrico Stasi, non sono stati trovati in Italia beni, immobili e conti dei Rossignolo.

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