LA SACRA RUOTA

L’anno che sta arrivando Marchionne via si porterà

Ha salvato la Fiat dal fallimento e prima di lasciare tenterà di accasare Fca con un grande gruppo mondiale. Saranno 12 mesi cruciali anche per gli stabilimenti di Torino. È ora che le istituzioni locali battano un colpo

Domani incomincia l’ultimo anno dell’era Marchionne. Come più volte annunciato, il 2018 concluderà i tre lustri del manager italo-canadese alla guida di Fca. In realtà il suo mandato terminerà nella primavera del 2019 con l'approvazione del bilancio 2018, ma il capitolo successione si è aperto, ovviamente, con debito anticipo. I nomi che circolano da tempo sono quelli di Alfredo Altavilla, responsabile Emea di Fca, del chief financial officer Richard Palmer e del numero uno di Jeep Mike Manley. Tutti e tre provengono dal mondo Fca, requisito finora indicato come fondamentale sia dallo stesso Sergio Marchionne sia da John Elkann.
 
“In Fca sono convinto che abbiamo molte persone brave” ha detto il presidente. Il quale, in altra occasione aveva, tuttavia, parlato come di “una manager di grande talento” riferendosi a Monica Mondardini, la lady di ferro di casa De Benedetti, aprendo a un’ipotesi rosa per Fca che solo al momento della designazione potrà essere smentita con certezza. L’amministratrice delegata di Cir, che controlla il gruppo Gedi, editore di Repubblica, Stampa, Secolo XIX, tredici testate locali, Espresso e altri periodici, presiede pure l’azienda di componentistica per l’automotive Sogefi, siede nel cda di Kos (strutture sanitarie), nonché in quello di Crédit Agricole e Atlantia. Che la manager sia stimata da Elkann non è un mistero, che possa esser lei l’erede di Marchionne, un’eventualità sia pure negata dall’inner circle dell’Ingegnere.
 
Dal profilo del futuro amministratore delegato sembra dipendere molto il destino del gruppo nato dalla fusione di Fiat e Chrysler. Due le ipotesi in campo: rimanere autonomi mettendo in campo gli investimenti necessari per competere con gli altri big mondiali del settore o accasarsi con un gruppo automobilistico molto più grande. Una strada, quest'ultima, che Marchionne aveva già tentato di seguire con General Motors, avances respinte dall'amministratore delegato Mary Barra. Il no di una donna all’attuale ad di Fca potrebbe mutare se a riproporre la fusione fosse un’altra donna, la Mongardini per esempio?
 
Ma non è questa la sola domanda guardando all’ultimo anno dell’era Marchionne. Altre, quelle sul futuro del gruppo, su cosa stia capitando e (soprattutto) capiterà nei prossime mesi al segmento del lusso, fermo, così come ferma è di fatto Mirafiori, probabilmente sarebbe opportuno incominciassero a porle le istituzioni di una città e di una regione che paiono, invece, attendere ala finestra evoluzioni o involuzioni del gruppo con innegabili ripercussioni socioeconomiche sul territorio. Se non proprio battere un colpo, almeno bussare per chiedere lumi – visti i precedenti – non sarebbe né irriguardoso, né inutile. Si vedrà.
 
Intanto l’agenda del nuovo anno per Fca è fitta di appuntamenti: dal Salone di Detroit il 15 gennaio, dove è atteso il lancio del nuovo Cherokee di Jeep, poi all’inizio di marzo quello di Ginevra, ad aprile l’assemblea nella sede di Amsterdam ed entro il primo semestre l’Investor Day per presentare il nuovo piano industriale 2018-2022. Piano che avrà come punti di forza Jeep, che ha già dichiarato per il prossimo anno l’obiettivo di vendere 2 milioni di unità, ma anche le produzioni premium Alfa Romeo e Maserati, sempre più centrali nella strategia del gruppo in Italia. Marchionne, che resterà nel cda di Exor e alla guida di Ferrari fino al 2021, ha promesso per il prossimo anno l’azzeramento del debito. Obiettivo: lasciare tutto in ordine per chi verrà dopo di lui. Allo studio c’è lo spin off di Magneti Marelli e Comau, progetto a cui il manager col maglioncino tiene molto per liberare valore ma anche per rendere la società più appetibile in eventuali alleanze.
 
Resta da sciogliere il nodo – e che nodo – della piena occupazione negli stabilimenti italiani, dove negli ultimi mesi è tornata a crescere la cassa integrazione, di fronte alla quale anche i sindacati più dialoganti mostrano evidenti segni di nervosismo. Forse anche per questo, appare ancor più assordante il silenzio delle istituzioni che certamente non possono esercitare più di tanto il loro ruolo in vicende di un gruppo privato, ma neppure limitarsi ad attendere e assistere da spettatori a decisioni in grado di ripercuotersi in maniera pesante su una città e una regione non certo digiune di esperienze in tal senso.
 

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1 Commenti

  1. avatar-4
    16:03 Domenica 31 Dicembre 2017 moschettiere Inutile illudersi

    Si sa bene che Torino non è certo al centro degli interessi di FCA e poi, con la classe politica che ci ritroviamo (locale ma anche nazionale), non si può neppure sperare in una fine dignitosa. Ogni popolo ha il governo che merita... Auguri a tutti ...ma non illudiamoci, il 2018 sarà in salita!

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