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L’ipoteca sul Piemonte al tavolo di Arcore

Con la rinuncia di Maroni in Lombardia si ridefiniscono pesi, contrappesi e aree geografiche di influenza. Anche la futura designazione alla presidenza della Regione entra nelle trattative del centrodestra. La spartizione dei collegi con un occhio al 2019

La rinuncia di Roberto Maroni a ricandidarsi alla guida della Lombardia rimescola più di uno schema nel centrodestra. Compreso e non ultimo quello delle elezioni del 2019 per il futuro governo del Piemonte. Il 2+2 per il Nord, ovvero due Regioni alla Lega (Veneto e Lombardia) e due a Forza Italia (Liguria e in futuro lo stesso Piemonte) dato per assodato fino a ieri potrebbe saltare, qualora la guida del Pirellone finisse nelle mani dell’azzurra Mariastella Gelmini. O, comunque, mutarne il segno nel caso, più probabile, che a raccogliere il testimone sia il leghista Attilio Fontana.

Per il Piemonte, probabilmente, non sarà questa l’unica e la prima conseguenza dell’abdicazione di Maroni per il quale non si esclude un ruolo di primo o primissimo piano in un eventuale governo di centrodestra. La ridefinizione degli equilibri interni alla coalizione potrebbe, infatti, pesare in termini di collegi già nella imminente spartizione tra gli alleati, trattativa che incomincerà domani con il primo incontro degli sherpa dopo il summit ad Arcore di ieri. I sospetti che dietro al forfait di Maroni ci sia l’accorta regia di Berlusconi (non a caso l’unico a non essere sorpreso delle indiscrezioni propalate già in mattinata) inducono Salvini a rivendicare un maggior peso del Carroccio in quel Nord dove il leader sostiene di avere più voti di quanti ne possa contare Forza Italia. Il Piemonte è uno dei territori dove questa tesi i leghisti la stanno sostenendo da tempo e da altrettanto tempo, con una certa pervicacia, chiedono di avere più posti sicuri (nei collegi uninominali e quindi soprattutto nella circoscrizione Piemonte 2) rispetto all’alleato berlusconiano. Già palesemente insofferenti al dover dividere la torta pure con la quarta gamba centrista e comunque  costretti, dopo ieri, a ingoiare il rospo di stare insieme a “traditori” e presentarsi insieme a chi “ha fatto parte dei governi col Pd”, come nel caso dell’ex ministro Enrico Costa, i lumbard potrebbero cercare un digestivo a cotanti rospi proprio servito su un vassoio con lo sfondo di Milano, come il vecchio slogan tramutato in immagine politica della Milano da bere.

Insomma, la stessa mappa dei collegi al Nord, Piemonte, compreso potrebbe cambiare in senso compensativo. Quanto lo si vedrà, tutto sommato, a breve. Più avanti nel tempo le possibili evoluzioni e mutamenti di un quadro che per la successione a Sergio Chiamparino pareva ormai stabilito nella tinta, l’azzurro, lasciando l’incognita solo sui nomi (un paio) dei possibili candidati. Da mesi era dato per scontato che il successore del governatore Pd, nell’ipotesi di una vittoria nel 2019 del centrodestra, sarebbe stato un uomo o una donna di Forza Italia. E i nomi che da subito avevano preso a circolare erano stati quelli dell’attuale europarlamentare Alberto Cirio e della consigliera regionale Claudia Porchietto che con Cirio aveva condiviso la presenza nella giunta di Roberto Cota. Lo stesso Cota che, causa della fine anticipata della sua legislatura, pesava (e con lui l’idea di una Regione a guida leghista) sulla prospettiva di affidare al Carroccio la premiership di Piazza Castello.

A togliere dall’imbarazzo la Lega, del resto piuttosto carente di papabili presidenti, era provvidenzialmente arrivato lo schema del Nord: due Regioni al partito di Salvini e quindi Veneto e Lombardia e due ai berluscones: Liguria con Giovanni Toti e, in futuro, il Piemonte con Porchietto o Cirio, peraltro entrambi candidati alle politiche. Da oggi questa ripartizione potrebbe non reggere più. Lo sbilanciamento a favore di Forza Italia potrebbe finire con il porre la Lega nella condizioni di avanzare richieste per il Piemonte, fino a ieri difficilmente proponibili. È pur vero che resta il problema delle persone. Certo c’è, ci sarebbe, il segretario regionale Riccardo Molinari che al seggio pressoché certo in Parlamento potrebbe preferire (come fece, riottosamente, all’epoca lo stesso Cota) lo scranno su cui oggi sta Chiamparino. C’è, pure, quella che ad oggi pare poco più di un’autocandidatura, ovvero quella del sindaco di Sestriere e presidente della fondazione post olimpica Valter Marin. Ma c’è pure un ulteriore scenario che si potrebbe aprire con la rinuncia di Maroni e (dirimente) la vittoria del centrodestra in Lombardia: una deroga alla suddivisione paritaria del Nord da parte della Lega che, rinunciando alla presidenza del Piemonte, potrebbe alzare e di molto il suo peso nel futuro (meglio, futuribile) governo piemontese lasciando la guida a Forza Italia, ma occupando tutte le posizioni più importanti dell’esecutivo. Scenario che molto dipenderà da chi prenderà il posto di Maroni, ma non di meno da quale sarà il risultato, per Lega e Forza Italia, che uscirà dalle urne in Piemonte il 4 marzo.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    12:04 Lunedì 08 Gennaio 2018 moschettiere Ma sono solo ipotesi...

    In modo molto grossolano possiamo azzardare che il fatto che Salvini ribadisca la volontà di inviare Fontana alla successione di Maroni vada letto come un'elegante rinuncia alla Lombardia. Salva la faccia con gli elettori leghisti, ma lascia la strada alla Gelmini, ben più ritolata. Dunque in Piemonte i giochi sarebbero aperti. Ma in verità sono manovre di attesa. Solo dopo le politiche si potranno contare le forze. E la Lega potrebbe stare fuori dalle due presidenze, con il contentino (ghiotto) di posti importanti nell'esecutivo e nel sottogoverno. Perché no? Ma ora sono solo ipotesi.

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