Torino e cultura, questione d’amore 

La settimana scorsa, in questa rubrica, abbiamo pubblicato un articolo che analizzava il ruolo centrale ricoperto dalle “supposte” nell’anno in corso, da poco avviatosi. Oggi occorre invece scongiurare la somministrazione di un’ulteriore dose di quel farmaco ad una città attonita, quanto distratta.

Il 28 dicembre scorso, i giornali torinesi annunciavano la messa in liquidazione della “Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura”, nonché la contestuale nomina del curatore a cui è stata affidata l’esecuzione (esecuzione capitale) dello storico ente culturale.

La Fondazione è quindi oramai prossima ad essere relegata al solo passato, una collocazione a riposo che la vede in compagnia delle tante edizioni del Salone (già Fiera) visitate dal pubblico negli anni e dei suoi professionali, quanto vilipesi, dipendenti. Malgrado il buon andamento dell’edizione passata (2017), e la conseguente sconfitta subita dagli organizzatori rivali milanesi, la rassegna sembra adesso impegnata ad affrontare l’ennesima tempesta del post 2015.

La rivalità con il capoluogo lombardo risale ai giorni in cui si mossero i primi passi dell’idea, sino ad allora embrionale, maturata nelle menti di Pezzana, librario di Torino, e dell’imprenditore Accornero: passi sin da subito osservati dal sindaco di Milano, Paolo Pillitteri, che immediatamente si attivò per sviluppare il progetto nella sua metropoli. Una battaglia trentennale ora giunta al suo apogeo dopo anni di imperdonabili errori, da parte della politica piemontese, ed il siluramento dello storico patron Rolando Picchioni.

In seguito alle recenti decisioni la rassegna del libro verrà affidata al Circolo dei Lettori, grande ed unico deus ex machina della cultura piemontese che ne curerà la parte amministrativa. La direttrice del Circolo (Maurizia Rebola) in passato ha lavorato presso una società, specializzata nell’organizzazione di eventi, che attualmente è sotto contratto con la fiera libraria milanese (prima di approdare a Milano era la società a cui si appaltò il settore commerciale del Salone torinese). Milano, in un modo o nell’altro, emerge sempre dalla nebbia quando si tratta la vicenda “Salone del Libro”: la stessa Assessora alla Cultura della Regione Piemonte pare sia socia di una libreria meneghina (la Open di Milano). Una soluzione transitoria, affermano i comunicati ufficiali, in previsione di una rinnovata fondazione formata in buona parte da soggetti privati e votata a futuri successi nel nome di Torino, quindi (si spera) lontana dall’ipotesi “abdicazione” in favore della metropoli lombarda.

Il passaggio di gestione sussegue, ufficialmente, al grave stato di passivo in cui versa la Fondazione per il Libro: 9 milioni di debiti, in gran parte verso fornitori, e 6,5 milioni di mancati trasferimenti da parte delle istituzioni pubbliche (5 milioni mai versati dalla Regione Piemonte deliberati dal 2015 ma mai erogati). Lo scoperto di 1,2 milioni è anche dovuto agli interessi passivi maturati nei confronti di Banca Prossima: ossia quella Banca Intesa San Paolo che esprime addirittura un membro in seno al consiglio di amministrazione della Fondazione curatrice del Salone (l’ex assessore Michele Coppola). La stessa questione inerente il valore del marchio del Salone, crollato ad una quotazione di 160.000 Euro circa, presenta aspetti paradossali.

In sintesi i liquidatori della Fondazione sono pure la causa del suo dissesto; un aspetto folle e molto simile ad un’eutanasia decisa dai medesimi medici che hanno sbagliato la cura del loro paziente.

Naturalmente nel caso in cui Banca Intesa voglia rientrare interamente del suo credito, i fornitori rischiano di venire gravemente danneggiati: ipotesi plausibile di una liquidazione dalla cornice assai contorta ed all’interno della quale sovente si mescolano ambiti e ruoli. Il dato inconfutabile è quello di un Salone prossimo alla sua scorporazione: la nuova società di gestione non si porrà in continuazione con la vecchia (quella storica), e le iniziative locali (Salone Off e Portici di Carta) saranno affidate in esclusiva alla Città; la Regione Piemonte (attraverso il Circolo dei Lettori) curerà invece l’appuntamento internazionale degli editori emarginando così di fatto il suo capoluogo.

Morale: Torino rischia di ritrovarsi isolata e posta ad una funzione marginale e lontana dall’organizzazione del Salone vero e proprio. La pianificazione dell’importante manifestazione internazionale potrebbe ricadere sull’unica realtà culturale finanziata massicciamente dall’ente regionale: quel Circolo (molto sopravvalutato) che forse garantirà il ritorno al futuro (lavorativo) ad un assessore la cui riconferma alla prossima legislatura appare molto improbabile.

Ad oggi i dipendenti della Fondazione per il Libro sono stati separati ed assegnati in forza a diversi enti, tra cui il Comune ed il più volte citato Circolo di “parigina” memoria (assunzioni provvisorie per soli sei mesi). E’ forse questa la prova più eclatante del tentativo di smantellamento del Salone, una distruzione che passerebbe necessariamente attraverso la dispersione del suo know how. E’ bene chiedersi quale sarà il destino di quel personale che tanto ha dato in questi anni, così come nei giorni dell’uragano abbattuto sulla gestione Picchioni: dipendenti altamente qualificati e dal domani decisamente incerto, dipendenti senza lavoro dal giugno prossimo.

E’ di conforto l’impegno in atto per assicurare una kermesse importante nel maggio 2018: la rassegna libraria di Torino sarà ancora una volta il riferimento nazionale di editori, autori e lettori. Il futuro presenta invece un enorme bivio alla città: la via del Salone spezzatino e quella del cambiamento nel segno dell’evoluzione.

Occorre uno scatto d’orgoglio da parte delle istituzioni per allontanare la supposta dalla sua introduzione nel corpo dell’assonnata Torino. Il rischio dell’ennesima delocalizzazione di un’importante risorsa subalpina può essere scongiurata (politica permettendo): è solo una questione d’amore per la città e per la Cultura. 

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