TRAVAGLI DEMOCRATICI

Parlamentari morosi, alle casse Pd mancano 100mila euro

Non solo Grasso. Il partito piemontese batte cassa con i deputati e senatori uscenti in arretrato sui versamenti. Dall'astigiano Fiorio all'ex ministro Damiano: i braccini più corti vengono dalla sinistra, ma per ricandidarsi dovranno mettere mano al portafogli

Non è solo una questione di idee e ideali. La campagna elettorale, con la fine del finanziamento pubblico ai partiti, assume ormai connotati ben più prosaici. Lo sanno bene i tesorieri dei partiti, dal livello nazionale a quello locale, trasformati in tanti esattori alla ricerca del balzello non versato dai parlamentari. Ogni eletto a Montecitorio e a Palazzo Madama deve farsi carico di due tipi di sostegno al partito: c’è una quota, riservata al livello regionale, di “candidatura”, legata all’inserimento di questo o quell’aspirante parlamentare in posizione eleggibile. Una volta eletti, deputati e senatori, devono versare mensilmente una parte della loro indennità al partito nazionale. Ma sono tutti così ligi al dovere?

Una cosa è certa: questo è il momento buono per batter cassa, almeno finché il destino di deputati e senatori è nelle mani del segretario, impegnato nella composizione delle liste. Dal giorno dopo, chi si è visto si è visto. A livello nazionale ha fatto scalpore la querelle tra il tesoriere del Nazareno Francesco Bonifazi e Pietro Grasso, che dopo essere stato messo in lista, eletto a Palazzo Madama e poi alla seconda carica più alta dello Stato grazie ai voti del Pd, si è rifiutato di versare la propria quota, vieppiù adesso che ha scelto di guidare un altro partito.

Anche in Piemonte il Pd è alle prese con la piaga dei morosi. Nelle casse di via Masserano mancano all’appello tra gli 80 e i 100mila che il tesoriere Domenico Mangone dovrà provare a recuperare entro il 29 gennaio, termine ultimo per la presentazione delle liste. Dal giorno dopo gli argomenti per ottenere l’agognato versamento saranno decisamente meno. Sentito dallo Spiffero Mangone premette che “allo stato attuale non esistono situazioni patologiche, fatta eccezione quella ormai conclamata” con riferimento all’astigiano Massimo Fiorio il quale ha un arretrato di 30mila euro, che verosimilmente mai finirà nelle casse del partito, vista la rassegnazione del deputato a non essere ricandidato. Ci sono poi degli arretrati che sono stati sanati in queste ultime ore come nel caso di Bonifazi, che nel 2013 venne catapultato in Piemonte, ma che solo recentemente si è messo in regola.

E gli altri? Tra coloro che hanno il braccino corto c’è l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, il quale ancora deve versare ben 15mila euro, proprio lui che rivendica un posto in lista per rappresentare quel pezzo di partito più vicino al mondo del lavoro e ai più deboli dovrebbe saperlo che è soprattutto con le quote degli eletti che si pagano gli stipendi dei dipendenti impiegati in via Masserano. Altri due esponenti della sinistra del partito, come Anna Rossomando e Antonio Boccuzzi, invece, sono in arretrato di 10mila euro. A seguire tutti gli altri con cifre decisamente inferiori. Il tempo per mettersi in regola stringe.

Intanto la segreteria regionale ha stabilito la "tariffa" da pagare per ottenere un posto nei collegi uninominali o nei listini proporzionali. Si va dai 10 ai 50mila euro a seconda del posizionamento e delle probabilità di elezione.

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