Forza Italia

Università, tasse da abolire?

In periodo elettorale le promesse si sprecano e sembra di assistere ad una asta al rialzo su chi regala di più. Una promessa curiosa è stata quella di abolire le tasse universitarie, subito corretta aggiungendo il vincolo del reddito. Premesso che l’università non costituisce l’ascensore sociale di un tempo, è piuttosto curioso che una proposta del genere giunga da un partito di sinistra che si definisce difensore dei poveri. L’abolizione delle tasse universitarie senza tener conto dei livelli di reddito costituisce di fatto un trasferimento di risorse dai cittadini più poveri a quelli più ricchi. Nell’ipotesi ventilata, un membro della famiglia Agnelli avrebbe potuto frequentare un corso universitario senza pagare tasse, mentre il figlio di un operaio che andava a lavorare, avrebbe pagato le tasse per permettere al figlio del suo “padrone” di laurearsi senza pagare le tasse di iscrizione. Un bell’esempio di equità sociale. Certo, il clima elettorale con la necessità di distinguere la propria offerta politica da quella degli altri spinge a proposte funamboliche, ma denota anche una visione ideologica della realtà, che premette ai fatti reali, le proprie idee. E quando si antepongono i sogni alla realtà, non possono che prodursi disastri.

Inoltre è necessario specificare che le tasse sono solo una parte del costo complessivo di un corso di laurea. Alle tasse bisogna aggiungere i costi dei libri, di un PC e spesso per chi non abita in una grande città, o vuole frequentare una università più prestigiosa o un particolare corso universitario vitto e alloggio che costituiscono un costo ben maggiore di quello delle tasse. Basta considerare che un posto letto fra i più economici viene a costare intorno ai 200 euro che in un anno fanno ben 2400. A questi bisogna aggiungere i costi di energia elettrica, gas, riscaldamento, un eventuale abbonamento ai mezzi pubblici, un paio di rientri dai genitori, il vitto e si arriva tranquillamente ad almeno a 5000 euro annui rimanendo in estrema economia. Già così è evidente che le tasse costituiscono solo una parte del totale delle spese di un corso universitario. Una proposta ragionevole dovrebbe tenere conto di ciò. Per esempio delle borse di studio potrebbero servire alla bisogna. Naturalmente devono essere ancorate al merito e non soltanto al reddito, altrimenti si trasformerebbero in un sostegno per nullafacenti. Forse la parola merito non rientra nel vocabolario di alcuni partiti. Una proposta del genere avrebbe bisogno di una copertura e un partito che la proponesse dovrebbe spiegare anche dove trovare le risorse.

Un altro costo che molti non considerano, ma che esiste è il mancato guadagno. Consideriamo due giovani di 19 anni. Uno dei due inizia a lavorare, mentre l’altro decide di iscriversi all’università. Consideriamo un periodo medio di sette anni per finire gli studi. Il ragazzo che ha deciso di lavorare in quei sette anni ha prodotto un reddito, mentre chi ha deciso di laurearsi ha solo speso soldi. Se consideriamo un reddito medio piuttosto basso, intorno alle diecimila euro all’anno pari a circa ottocento al mese, in sette anni il mancato guadagno è di ben settantamila euro. E non solo questo. A parità di età, una persona che non ha studiato ha maturato una maggiore anzianità pensionistica e di questi tempi non è un fattore trascurabile, perché potrà andare in pensione prima. E bisognerebbe anche considerare le altre conseguenze sulle scelte di vita quali matrimonio, figli e casa. Per tutto questo un laureato spesso chiede uno stipendio più alto, proprio per compensare “l’investimento” fatto. Ciò spiega anche il calo degli iscritti alle università italiane. Non si tratta solo della crisi che ha ridotto le risorse nelle tasche delle famiglie italiane, ma anche e forse soprattutto il fatto che dopo la laurea si rischia il precariato o nelle migliori ipotesi uno stipendio da 1200 euro. Valutato ciò, molti pensano che sia meglio andare a lavorare subito.

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