Gtt da vendere

La recente proposta di alcuni partiti e movimenti di indire un referendum per privatizzare il carrozzone Gtt rappresenta una novità nel panorama politico torinese. In questo caso si può parlare di vera e propria privatizzazione, perché si parla di vendere il 51% dell’azienda dei trasporti di Torino, e non come nel caso del progetto di Fassino, in cui si cercava di sbolognare il 49% per recuperare un po’ di soldi, ma mantenendo il controllo per continuare a fare i soliti giochini con le poltrone. Vendere il 49% non è privatizzare, per questo l’attuale proposta va valutata positivamente e si spera che la raccolta di firme possa avere esito positivo, in modo tale da sottoporre il quesito alla volontà degli elettori. In realtà, non dovrebbe essere neanche necessario uno stimolo da parte degli elettori, affinché l’amministrazione cittadina proceda alla vendita della società dei trasporti. Si ridurrebbe il debito, riducendo nel contempo le tentazioni per i politici. Inoltre un’amministrazione concentrata su poche cose potrebbe guadagnarne in efficienza.
Il comune si deve occupare di strade e viabilità, ma non è scritto da nessuna parte che si debba anche dedicare al trasporto urbano, che potrebbe essere benissimo un servizio prodotto dal privato. Ammettiamo che si decida che il comune debba garantire un servizio di trasporto locale a un prezzo ragionevole e su determinate tratte; per erogare un tale servizio non è necessario che l’amministrazione pubblica costituisca una società di trasporto, ma è sufficiente che affidi l’incarico ad un ditta privata tramite una procedura di appalto. Meglio ancora sarebbe che distribuisse dei voucher di valore proporzionali a reddito, a presenza di infrastrutture di trasporto e alla distanza dal centro cittadino, che possano esseri spesi dai cittadini per muoversi. In questo modo si raggiungerebbe un qualche obbiettivo sociale creando una domanda che il mercato si occuperebbe di soddisfare. Non si capisce perché per garantire un servizio, lo si debba produrre in proprio e non acquistarlo sul mercato, come se per dare un piatto di pasta ad un povero il comune invece di rivolgersi ad un ristoratore, comprasse un terreno per piantare del grano, per poi mieterlo, macinarlo e con la farina fare la pasta da cucinare per l’indigente. Ovviamente non avrebbe senso, ma questo è vero anche per altri settori in cui oggi è presente il pubblico.
Nessuna organizzazione si può occupare di tutto e di tutto in maniera efficiente e per questo che il comune, come ogni altra amministrazione pubblica, dovrebbe occuparsi del minimo indispensabile per raggiungere un decoroso livello di efficienza. In realtà, come ci è capitato di dire in altre occasioni, la tendenza dello stato è di espandersi sempre più, nel tentativo di acquisire un sempre maggiore consenso con il conseguente mercato delle poltrone che coinvolge politici e portatori di voti.
 

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