La “purificazione” del centro storico

Gentrificazione: trasformazione di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio, con conseguente cambiamento della composizione sociale e dei prezzi delle abitazioni. Un vocabolo usato di rado nella quotidianità, ma raffigurante uno stato delle cose tangibile e riscontrabile in gran parte delle città europee. Probabilmente il fenomeno della gentrificazione ha interessato inizialmente le città d’arte, per poi estendersi alle capitali del vecchio continente e quindi allargarsi verso le metropoli post industriali senza identità. Venezia è stata tra i primi capoluoghi in Italia a dover fare i conti con il fenomeno della speculazione residenziale, ed il conseguente abbandono delle attività artigianali dalle zone più turistiche, nonché con il contestuale trasferimento dei residenti “storici” in aree suburbane più economiche.
Da tempo ormai molti sociologi affermano, senza timore di essere contestati, che nella città lagunare non vi sono più veneziani, ma esclusivamente stranieri benestanti. Normalmente il tessuto sociale delle aree urbane prese d’assalto dai gruppi degli investitori viene stravolto: le famiglie proletarie, insieme a quelle della media borghesia, sono le prime costrette a cercarsi casa altrove a causa di canoni divenuti insostenibili.
Al trasloco forzoso delle persone segue quello delle piccole attività commerciali di carattere familiare. Solitamente, immediatamente dopo gli autoctoni scompaiono anche i bar di rione (luoghi per definizione comunitari), i fruttivendoli ed i piccoli market con i loro importanti pezzi di storia popolare. I borghi perdono quindi colore e vivacità, in cambio di omologazione in PVC.
Plastica ovunque anziché le emozioni della vita reale. La stessa Parigi è un esempio di questo fenomeno globale. Negli anni i suoi quartieri malfamati, seppur pulsanti di passione e piccoli traffici, sono stati fortemente manipolati nel nome della riqualificazione urbana: lentamente quanto inesorabilmente i dannati, quei tenebrosi appartenenti alla piccola “Mala” su cui indagava il commissario Maigret, sono stati sostituiti integralmente da ricchi apatici provenienti da tutto il pianeta.
La capitale francese non ha perso solo gli esistenzialisti ed i bohémien, bensì anche buona parte della fantasia e della creatività che proliferava tra le contraddizioni di quella conflittualità. Nel caos sociale caratterizzante i suoi arrondissement veniva alimentata una linfa a tratti micidiale ma anche decisamente vitale.
La Torino del post Olimpiadi sta iniziando il suo cammino verso il fenomeno della gentrificazione, ed i primi mutamenti sono sotto gli occhi di tutti. Gli edifici del centro compresi tra via Mazzini/via Cavour e Piazza Bodoni/ via Carlo Alberto vivono un persistente attacco immobiliarista in grande stile.
In Torino centro i canoni mensili di locazione sono passati da prezzi accessibili per buona parte dei torinesi, ad esclusivi, poiché innalzatisi di molte centinaia di euro in pochi anni. Il valore stesso degli alloggi è schizzato alle stelle, non consentendo alle famiglie meno agiate di potervi accedere (negli anni ‘60/’70 una mansarda in piazza San Carlo costava meno di un’abitazione residenziale in Santa Rita). Inoltre intere palazzine di proprietà comunale sono state alienate per ridurre il debito cittadino (vedi via Giolitti/Lagrange e Piazza San Carlo/via Maria Vittoria), finendo così in mano ad imprenditori che le hanno trasformate in appartamenti lussuosi provvisti di piscina padronale in terrazza, come impone la moda: immobili adatti alla glorificazione di pomposi status symbol e di smodato narcisismo.
Morale, il centro si svuota delle sue attività storiche, e soprattutto comunitarie, per lasciar spazio a grandi catene multinazionali ed imponenti attività commerciali su cui pesa il sospetto di una funzionalità al riciclaggio di denaro sporco. Recentemente hanno chiuso, a riprova e citandole quali esempi, numerose edicole (i ricchi evidentemente non spendono in giornali e riviste): Piazza Castello angolo via Po, via Carlo Alberto angolo via Cavour, Piazza San Carlo angolo via Giolitti, Corso Vittorio fronte Porta Nuova, a cui si aggiungono anche parecchi negozi qualificati (ultimo della lunga serie, la rinomata gastronomia Steffanone in via Maria Vittoria).
Disagio in periferia e sciccheria in centro, anche se tra questuanti di ogni genere e colochard che richiamano la realtà al di fuori del mondo dorato: la Torino del ‘700 è servita, seppure in versione post-industriale.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    09:13 Giovedì 01 Febbraio 2018 fatti riaprire il centro alle auto

    questo centro sta diventando inaccessibile, più lo chiudi alle auto e ai parcheggi e più diventa dolo una posto fa passeggio per un certo tipo di utenza che arriva in metro, di giorno e di festivi, perché di sera poi è deserto. E meno gente ci va meno negozi, librerie, cinema, potranno reggere, già adesso con un parcheggio orario così caro uno co pensa prima di venire. Poi ora vi lamentate del business immobiliare per ricchissimi... è la logica conseguenza. Sarebbe meglio riaprire via Roma alla circolazione e anche al parcheggio, anche via arsenale, via bogino, vedere che succede. Tanto non mi sembra che chiudere abbia fatto diminuire l'inquinamento....

  2. avatar-4
    10:02 Mercoledì 31 Gennaio 2018 simone68 sembra che ci siamo messi d\'accordo...

    Mio pezzo di sabato scorso http://www.ilqi.it/quotidiano-immobiliare/199377

  3. avatar-4
    14:20 Martedì 30 Gennaio 2018 mork eddicole

    l'uso disinvolto dell'inespressa analogia del termine 'purificazione' mi atterrisce. Diciamolo alla Verdone: avvemo provvato con le okkupazioni, i punkabbestia, i ricchi che debbono da' ai poveri, ora diamoce con le eddicole e un pochetto de' fantammarx. Diamocce gggiù con sta' fatoria de' animmali.

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